IL CICLISMO SPIEGATO A SERE

Allora, cara Sere, visto che me l’hai chiesto (qui nei commenti), proverò a spiegarti perché il ciclismo è lo sport più bello del mondo.
So che ha già provato a farlo Inve qualche giorno fa. Tutto quello che è scritto nel suo post lo condivido. Ma vorrei aggiungere qualcosa. Così, per non sapere che fare. E per riuscire a mettere insieme quello che, probabilmente, diventerà il post più lungo di questo blog.
Allora, andiamo.

1. Mio nonno
Più ci penso e più sono certo che ritengo il ciclismo lo sport più bello del mondo innanzitutto per via di mio nonno. Si chiama Giuseppe. È del 1909, ed è ancora vivo e arzillo. Ancora oggi non si perde in tv una classica, una tappa del Giro o del Tour. Quando io ero piccolo e lui un po’ più giovane mi portava a vedere il ciclismo. Partenze della Sanremo. Passaggi di tappe del Giro. La Sei Giorni di Milano. E mi spiegava chi era questo, chi era quello, l’hai vista la maglia rosa? E poi le discussioni e gli insegnamenti. In tempi più recenti, quando i nostri hanno ricominciato a provare a vincere il Tour, diceva una cosa che non so se riuscirò a descriverla con le parole. Diceva che per battere i passistoni di turno (all’epoca era Indurain) ci sarebbe voluto non un altro passistone alla Bugno, ma uno che in salita fosse capace di fare “svissssh”. E “svissssh” era tutto un gesto: immaginatevi mio nonno seduto in poltrona davanti alla tv accesa sul Giro o sul Tour, con la coperta sulle gambe anche se è giugno o luglio (erano i primi ’90 e mio nonno andava già oltre gli 80), che mette le mani basse come a impugnare un immaginario manubrio e, inarcando appena la schiena, agita le mani a destra e a sinistra, a mimare l’andatura di un ciclista in fuga in salita a una frequenza di pedalate che io, guardandolo, ritenevo impossibile.
A volte aggiungeva: “Uno come Coppi”. Perché lui, mio nonno, ha visto correre Coppi.
Beh, poi è arrivato Pantani. Non so se avete presente il modo in cui Pantani scattava in salita. Era esattamente come l’aveva mimato mio nonno prima di conoscerlo. Come potevo non amare Pantani? Come potevo non provare un’ammirazione sconfinata per la sapienza ciclistica di mio nonno? Come potrei non considerare il ciclismo lo sport più bello del mondo?
Credo si chiami imprinting.

2. La storia
Il ciclismo è uno sport che ha un legame unico con la sua storia (la storia della disciplina sportiva “ciclismo”) e con la storia tout court.
Chiedi a un ragazzino che gioca al pallone se sa chi erano Schiaffino e Bobby Charlton. Chiedi a un tifoso medio di calcio se sa chi fosse Altafini (in questo caso qualcuno risponderebbe, ma temo direbbe: “Uno che va in tv e in radio a parlare di calcio”). Pare che, quando Gullit fu acquistato dal Milan, alla conferenza stampa di presentazione dietro la scrivania dalla quale parlavano il giocatore e i dirigenti della squadra campeggiasse un enorme ritratto di Gianni Rivera che alzava una coppa (credo la Coppa Campioni del ‘69). Beh, le cronache di allora dicono che Gullit (uno che, per essere un calciatore, non era nemmeno l’ultimo dei pirla) si sia voltato e abbia chiesto a voce alta chi fosse il tizio della foto.
O ancora: provate ad andare a dare un’occhiata al sito ufficiale del Milan (ma il discorso vale un po’ per tutti i team). Sulla home page c’è un link seminascosto alla pagina del palmares e della storia della squadra. Per tutto il resto, è un sito concepito per il tifoso che vive nell’attualità priva di profondità (e infatti ci sono tutte le news sulla squadra, anche le più insignificanti, manca poco che ti dicano che cosa il tal giocatore ha mangiato, se ha fatto il ruttino o se è andato di corpo regolarmente).
Per gli appassionati di ciclismo, al contrario, il rapporto tra passato e presente del loro sport preferito è sempre aperto e bidirerzionale. Campioni di oggi vengono costantemente paragonati a campioni di ieri o dell’altroieri, corse ed eventi di ieri diventano archetipi tramite i quali interpretare le casistiche odierne. Cunego parte da gregario e diventa capitano in barba a Simoni cammin facendo? Come Roche e Visentini nel Giro dell’87, come Coppi e Bartali al Giro del ’40. Ci sono neve, freddo e tempesta in cima a un passo? Si citano il Bondone del ’56 e il Gavia dell’88. Armstrong è forte? Certo, ma più o meno di Binda, Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain? E Bartali, dove lo mettiamo?
Per dire: io ho un foglio elettronico con vittorie e palmares delle corse più importanti della storia del ciclismo dal 1894 (al governo in Italia: Crispi) a oggi. Il punto interessante è: non sono affatto l’unico, né un’eccezione.
Ma poi e di più: il ciclismo è legato in maniera salda e credo non paragonabile a nessun altro sport con la storia d’Italia nel Novecento. Il ciclismo fu, per decenni, di gran lunga lo sport più popolare in Italia, ben più del calcio. Aprendo i quotidiani degli anni ’50 e ’60 (non solo quelli sportivi) si trova spessissimo il ciclismo in prima pagina a titoli cubitali. E sui quotidiani sportivi, provare per credere, tappe del Giro d’Italia relegavano a trafiletti finali di Coppa Campioni vinte da squadre italiane.
Il ciclismo è sempre stato uno sport “povero” e proprio per questo legatissimo al costume, alla vita quotidiana, agli stessi modi di pensare degli italiani, e alla loro evoluzione. Volete capire che cosa abbia significato per l’Italia e gli italiani il boom economico degli anni ’60? Osservate le sponsorizzazioni delle maglie dei ciclisti e la loro lenta, quasi impercettibile evoluzione.
In alcuni casi, oltretutto, questo legame si è presentato anche con la storia evenementielle: tutti sanno della vittoria di Bartali al Tour del ’48 che cadde proprio nel momento in cui spararono a Togliatti, e contribuì non poco a non far scoppiare una guerra civile. Si pensi alle apparizioni di Coppi e Bartali al Musichiere, si pensi a un film come Totò al Giro d’Italia, alle cronache ciclistiche di sommi scrittori quali Campanile, Buzzati, Brera.
Verrebbe da dire, se l’esprerssione non fosse già stata usata ad altri propositi piuttosto disdicevoli, che il ciclismo è, almeno fino ai primi anni ’70, una sorta di autobiografia degli italiani.

3. Il viaggio
Alla fin fine, il ciclismo è uno sport il cui scopo è viaggiare. Viaggiare veloci, il più veloce possibile, ma per arrivare in fretta bisogna dosare le forze. Bisogna vincere le intemperie. Bisogna guardare dove si mettono le ruote. Bisogna considerare chi ci fa compagnia, nel viaggio.
E il bello è che il traguardo c’è già e aspetta, là, in fondo a quella striscia d’asfalto ininterrotta, lunga anche 250 chilometri, oltre i colli, il caldo, il freddo, magari la pioggia. È un miraggio che può diventare un tormento, che sia uno striscione con su scritto “Arrivo” (o Arrivée o Meta o una qualche incomprensibile parola fiamminga) o il vialetto d’ingresso di casa tua o l’auto parcheggiata. E tu pedali, pedali, e magari per ore non succede niente, come in certe tappone di pianura del Giro o del Tour. Tutta quella fatica, tutti quei panorami, per poi tirarsi il collo in dieci chilometri dieci ad andatura da motociclette.
Come in tutti i viaggi, ci sono i passaggi decisivi. Come quando viaggi in auto: quel casello dove sai che troverai coda; quel pezzo tutto a curve che ti piace tanto, o che magari temi; quel passo sugli Appennini dopo il quale sai che inizi a sentire l’aria del mare; quell’autogrill dove sai che ti fermerai perché ti sta simpatico; quel pezzo di strada profumato di resina in mezzo agli abeti prima di Dobbiaco.
Nel ciclismo ci sono corse che vivono in funzione di un passaggio del genere, anch’esso atteso e temuto per ore. Il Poggio per la Sanremo. Il Grammont per il Fiandre. La Redoute per la Liegi. Le grandi salite nei giri. La Foresta di Arenberg o il Carrefour de l’Arbre per la Roubaix (e il Velodromo, naturalmente. Credo che se una volta in sogno avessi la grazia di sentirmi in sella alla mia bicicletta entrare per primo nel Velodromo di Roubaix tutto impastato di fango o polvere, beh, credo potrebbe venirmi un coccolone nel sonno: “Che cosa è stato secondo te, Sara?” “Non saprei, Grissom. Il cuore, probabilmente.” “E perché il cadavere ha quel sorriso idiota sulle labbra?”).
Passaggi decisivi ci sono anche nei quaranta chilometri che faccio ogni tanto per tenere a bada la ciccia (con scarsi risultati, va detto): la rampetta del culmine sopra Montalbo, per dire, me la sogno dalla notte prima. O i quattro chilometri finali per raggiungere le antenne di Monte Penice. O, ricordo di quando pedalavo in Brianza, quei trecento metri del Lissolo che maledici tua madre e il giorno in cui ti ha messo al mondo. O anche il cavalcavia che da Sesto porta a San Maurizio al Lambro. Magari venivi appunto dal Lissolo, ma quello stramaledetto cavalcavia è lì, alla fine del giro, e non ne vuole sapere di farsi razionalizzare (“Sono cinque metri di dislivello e duecento di strada, perlamadonna, possibile che l’acido lattico non ci senta da quest’orecchio?”).
Dei viaggi il ciclismo propone anche gli imprevisti con la loro subitaneità. Corridori hanno perso Giri e Tour (roba da tre settimane, roba da tremila e rotti chilometri) perché hanno preso un sasso storto o una crepa dell’asfalto. Il tutto è durato due decimi di secondo, nell’arco di cinque metri di strada.
Alle volte, persino, qualche ciclista ha perso la vita in questo modo. Tommy Simpson. Fabio Casartelli. Andrei Kivilev.
Non è bello. Però è pazzescamente vero. Non so se mi sono spiegato.

4. Il tempo
Intendo il tempo nel senso di weather, tempo atmosferico. Questo punto potrebbe essere una postilla al punto precedente, ma ritengo meriti di stare da sola. Una corsa può cambiare del tutto a seconda del tempo che fa. E il tempo assume il ruolo di generatore di epica quando è abbinato a percorsi lunghi o ad altitudini ragguardevoli. Il Gavia col sole credo che riuscirei a farlo anch’io. Il Gavia con un po’ di nuvole diventa una cosa da sport estremi.
Una delle volte che ho scalato il Mortirolo ero partito da Edolo sotto un sole di tardo maggio persino fastidioso. A cinque chilometri dalla cima sono spuntate le prime nubi. Dieci minuti dopo credevo di morire. Raggiunto il passo avevo le mani del tutto intirizzite. Non riuscivo a tenere il manubrio, e dovevo farmi ancora una ventina di chilometri di discesa (N.B.: discesa+sudore=freddo) per tornare a casa. Quando ho visto un rifugio aperto poco sotto il passo ho pianto di gioia (come un vitello, mica un po’ di magone). Quando i gestori del rifugio mi hanno visto entrare hanno capito al volo e mi hanno scaldato con ogni bevanda a loro disposizione. Armato di giubbino di goretex ho ripreso la mia strada, e man mano che perdevo quota sentivo l’aria farsi appena appena più tiepida. Quando sono arrivato a Edolo sotto una irridente pioggerellina mi sono sentito felice come poche altre volte nella vita. Certo, si può anche vivere senza mai provare l’esperienza. Io sono contento così.
La stessa cosa capitò più volte anche a ciclisti veri, presi e sbattuti dai loro allenatori dentro tinozze bollenti in qualche rifugio delle Alpi durante tappe da tregenda perché recuperassero il recuperabile in termini di temperatura corporea, e riuscissero a rimontare in sella e a raggiungere il traguardo.
E quando in televisione vedo quelli forti e bravi che arrancano sotto il diluvio o in mezzo ai muri di neve o spaccati dal caldo, sento che è gente che, nonostante tutto e indipendentemente da chi arrivi primo, merita un enorme rispetto.

5. Il ritmo e la musica
Il ciclismo è, in qualche modo, uno sport tantrico. Ha dentro di sé un legame col ritmo dell’universo. Parlo sia del ciclismo praticato che di quello visto in tv.
Pedalando, la ritmica è evidente: prendi, parti, e per quaranta-cinquanta-sessanta chilometri tutto il tuo corpo va all’unisono con quello che senti essere l’andamento del cosmo per quelle due o tre ore. Gambe, spalle, fiato, cervello.
Ma anche in tv: come dicevo sopra, le variazioni di ritmo di una corsa sono subitanee e quantiche. Il resto è ritmo: il ritmo frenetico e forsennato che precede le volate; il ritmo tambureggiante di chi attacca in salita; il ritmo di guerra di chi va su seduto, da passista; il ritmo lento e già sconfitto ben prima del traguardo di chi non ce la fa.
E il bello è che, guardando, il ritmo ti entra dento insieme alla voce dei telecronisti. Salita, discesa, salita, discesa, salita, discesa, salitaaaaaaa (l’ultima, a tutta). Oppure: tirata, tirata, tirata, volaaaaaaaaataah. Oppure: rulla, rulla, rulla, rulla sempre al massimo (le crono).
Ancora: dietro al ritmo, spesso, c’è una vera e propria colonna sonora. Musica. Oggi, per dire, mentre pedalavo per i colli piacentini, la mia pedalata era Burning Down the House dei Talking Heads. Le crono di Armstrong viste in tv sono Take me to the River (Green & Hodges, c’è anche nella colonna sonora di The Commitments). Le pedalate di Bugno erano una canzone della Mannoia di cui non ricordo il titolo (può essere L’altra madre?). Chiappucci (ma anche il giovane Voeckler) è jazz.

6. La festa
Per finire, la più pazzesca. Andare a vedere il ciclismo dal vivo. In proposito ha già scritto cose fondamentali il bel Baricco(1), pertanto farò parlare lui.
«Andare a vedere il ciclismo è una cosa che se ci pensi non ci credi. Stai sul bordo di una strada, aspetti, aspetti, poi a un certo punto arrivano, come una ventagliata colorata, i ciclisti, e ti strisciano negli occhi. Se proprio non sei sullo Stelvio, è una faccenda di trenta, quaranta secondi. Gruppo compatto. Hai tempo di dire arrivano che già li vedi di schiena. Va be’ che è gratis, ma ammetterete che è uno spettacolo paradossale. Eppure: strade piene, quando passano quelli, paesi interi usciti da casa per vedere, e plaid sull’erba, e thermos, radioline, giacche a vento, e la rosea aperta alla pagina giusta per leggere i numeri dei ciclisti e sapere chi erano. Una festa. »
O ancora.
«Liturgica preparazione a quaranta secondi di emozione. La gente si spacca ideologicamente in due: quelli che guarderanno e quelli che scatteranno la foto: impensabile fare tutt’e due le cose, in quella manciata di secondi. Mi schiero tacitamente con quelli che decidono di guardare. E guardo. Guardo. Guardo. Guardo. Guardo. Guardo. Finito. Ce n’è due rimasti indietro. È una specie di piccolo bis. Guardo. Spariscono dietro la curva. Finito davvero. Dopo, il gioco è dire chi hai visto. Quello che ha visto Bugno, quello che ha visto Cipollini, quello che ha visto Gimondi (ma va’). Io ho visto Chiappucci. Giuro. In piedi sui pedali, come un felino in agguato, era mezzo girato indietro e gettava sguardi come artigli, sembrava una belva in gabbia, lì, in mezzo al plotone: el diablo, garantito che se li divora tutti, sul Poggio.
Poi magari non era proprio Chiappucci, ma chissenefrega, per me lo era e lo sarà sempre.»

Dal che si evince che Baricco il ciclismo non lo va a vedere spesso (saprebbe, altrimenti, che anche sullo Stelvio non è che vadano tanto più piano e che tu abbia più tempo di vederli. È solo, questo sì, che passano sgranati) e che ha gusti ciclistici discutibili (chiappucciano, devo aggiungere altro?).
Però è proprio così.
Si licet parva componere magnis, anch’io ho già scritto qualcosa(2) in proposito. Se proprio volete, la trovate qui.
Insomma, andare a vedere il ciclismo dal vivo è una cosa magnifica. Hai intorno a te migliaia di persone che condividono la tua stessa passione e la tua stessa follia (“è una cosa che se ci pensi non ci credi”). Ha ragione Baricco: è una festa. C’è chi dorme al sole, chi mangia, chi si scambia panini e specialità gastronomiche in genere, chi beve, chi discute animatamente con perfetti sconosciuti sul Giro in corso, chi ha portato l’ombrellone e la tv e cerca di vedere come sta andando la tappa, dando ragguagli a tutti, anche non richiesti. E poi, il lento preambolo all’orgasmo. Senti l’elicottero che s’avvicina. Iniziano a passare le auto della carovana e le staffette. Poi le auto dell’organizzazione. Infine, all’improvviso, in un boato assordante (e sei tu che lo fai, il boato, insieme a tutti quelli che ti stanno intorno), i ciclisti.
Il mio sogno per quando andrò in pensione? A Dio piacendo, se riuscirò ancora a stare sulle gambe, mi piacerebbe farmi due settimane tra Belgio e Olanda a seguire tutte le classicissime, e poi al Giro, e al Tour. Con la bicicletta al seguito, naturalmente.
Meraviglioso. Un po’ come il sesso. Un po’.

(1) A. BARICCO, Barnum. Cronache dal Grande Show, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1995, p. 184-185
(2) M. BECCARIA, L’ultima curva del signor Vedremo, “Brianze”, anno II n. 4, Briosco (MI) 1999, pp. 55-61

MicroGiallo Blog, Inveblog, Acmilan.com

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7 risposte a IL CICLISMO SPIEGATO A SERE

  1. Giovanni Fontana ha detto:

    Ho cercato questo post per inviare il link a un mio amico sportofilo che voglio convertire al ciclismo, e niente, è sempre il più bello.

  2. Giovanni Fontana ha detto:

    (il giovane Voeckler) …

  3. Marco De Simoni ha detto:

    Da monno però non è il vero mortirolo 😉

  4. Pingback: Alfredo Martini (1921–2014) | La realtà non mi ha mai tradito

  5. Pingback: come Ettore a Troia - ATBV

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