DE ANIMA

La discussione su anima e dintorni continua (sempre da Malvino e da Massimo). Visto che nei commenti in giro c’è un po’ di confusione e che un paio di chiarimenti sono necessari, vediamo un po’ se riusciamo a darli (com’è che quando parliamo di filosofia ci viene il plurale majestatis? Ah, saperlo…).

A proposito di cose di scienza: in breve, ne so davvero pochino. Leggo in giro, cerco di informarmi, ma so di non sapere (so di saperne troppo poco per avere un’opinione minimamente fondata). Gli unici due campi nei quali ho letto qualcosa di sostanzioso (ma sempre troppo poco) sono quelli delle ricerche sull’intelligenza artificiale e della psicologia cognitiva (niente, tuttavia, che non abbia sul groppone almeno dieci anni). Delle neuroscienze e dello stato dell’arte degli studi biologici sul cervello e sul sistema nervoso umano so talmente poco che non vale nemmeno la pena di parlarne. In generale, non ho grossi problemi a che la scienza faccia il suo mestiere (ovviamente, se pretendesse di dissezionarmi il cervello per saperne di più non ne sarei contento).
Ciò detto: per capire che la scienza contemporanea sta in qualche modo espropriando campi che fino a ieri o all’altroieri appartenevano al mondo un po’ fumoso della spiritualità, beh, non c’è mica bisogno di essere granché aggiornati. Basta avere letto Freud, per dire. O magari avere avuto l’esperienza, durante un attacco di normalissima ansia, del dolce sprofondare nel bicchierino di Lexotan e nei suoi meravigliosi effetti. Per tacere della caffeina (“Professore, nelle sue vene scorre un po’ di sangue nel caffé!” è ciò che mi disse sdegnato un mio ex studente all’ennessima ciufeca durante una mattinata di lavoro di un paio di anni fa che altrimenti sarebbe stata insuperabile). Insomma: di che cosa si dovrebbe avere paura, di preciso?

A proposito di cose di filosofia: con ciò, mi pare che il riduzionismo neurobiologico sia stupido come tutti i riduzionismi. Quand’anche venisse dimostrato (e in parte è già stato dimostrato) che ogni mio stato d’animo si accompagna alla secrezione di determinati ormoni; quand’anche venisse dimostrato che quella cosa che chiamiamo coscienza è nient’altro che l’epifenomeno della vertiginosa complessità della nostra rete neuronale, e che pertanto tra qualche tempo l’umanità potrebbe essere in grado di riprodurre compiutamente la coscienza nel silicio o in qualche altro supporto (e peraltro: come accertarsene?); quand’anche la psicologia cognitiva raggiungesse il sogno di Leibniz, e cioè lo squadernamento dell’intera serie delle petites perceptions, di modo che si comprendesse come ogni nostro comportamento non sia altro che l’effetto determinato e necessario di una miriade di cause microscopiche, e pertanto lo si potesse calcolare e prevedere; quand’anche tutto ciò fosse dimostrato come vero (e ho la vaga sensazione che sia ben lungi dall’esserlo, ma insomma) resterebbe il problema dell’epifenomeno. L’intero è più (e altro) della parte. La Divina Commedia è più (e altro) della serie dei 21 simboli alfabetici che la compongono. Un quadro di Caravaggio o Vermeer è più (e altro) dell’insieme dei pigmenti colorati dei quali pure è fatto. Io sarei più (e altro) dell’insieme dei miei ormoni e dei friccichi degli elettroni lungo le mie sinapsi. Il friccico di elettroni non ha un blog, non fa la spesa, non accarezza Raffaella, non va in bicicletta, non legge Malvino, anche se ognuna di queste attività avrebbe il suo bel corrispettivo in termini di friccico. Dice: la scienza prevederà ogni tuo moto, ogni tua sensazione. E io dico: ci sarò pur sempre io, laggiù, ad ascoltare la previsione e a fare l’esatto opposto per spregio delle illusioni prometeiche della scienza (la previsione viene sempre troppo presto e la ragistrazione troppo tardi, la vita e il cazzonismo ad essa incorporato trionfano su tutta la linea).
Più seriamente: ciò (ciò?) che qualcuno chiamarebbe la sfera noetica (in soldoni: il mondo dello spirito, delle sue produzioni, delle idee espresse e recepite, l’eticità hegeliana, ditelo come volete) continuerebbe a permanere nella sua irriducibile realtà fattuale, con sue dinamiche e suoi problemi, dentro il gioco dell’interpretazione e della schiusura dei significati, eccetera. Le domande “preferisci Bach o Händel?”, “Ti piace quella ragazza?”, “Tifi Milan o Inter?” continuerebbero ad avere il loro usuale senso.
Ciò non significa affatto, ovviamente, che sapere qualcosa di nuovo sul friccico non possa generare nuovi pensieri nella sfera noetica. Ma anche qui, non si tratterebbe di una novità. Dopo che Freud ha scritto i suoi libri, Joyce e Svevo hanno scritto i loro romanzi.

A proposito di cose di religione: resta fuori un ultimo problema (almeno per quanto concerne questo post). L’anima è immortale? L’unica risposta che posso dare, sinceramente, è: e che ne so? Magari aggiungerei una domanda io: che significa “immortale”? E ancora, il commento: sarebbe bello. E infine un’ulteriore chiosa: per quanto io un’anima immortale che se ne stia lì, separata dal corpo (da qualsiasi corpo), proprio non riesco nemmeno a immaginarmela.
Anni fa, all’Università Cattolica, ebbi come docente di teologia don Giussani, credo al suo penultimo anno di insegnamento. Ricordo che, citando il suo libro più celebre e importante, Il senso religioso, ci disse una cosa sull’anima e sulla morte con la quale non fui per niente d’accordo. Però ero giovane e pavido, e di fronte a cotanta autorità (e in mezzo a un nugolo di persone che sembravano non battere ciglio di fronte a quel modo di presentare il problema) mi ritirai in buon ordine. Non si è mai coraggiosi (teoreticamente coraggiosi, intendo) quanto bisognerebbe essere. In ogni caso, Giussani ci disse quanto segue (riporto dal testo, il corsivo e il punto esclamativo finale sono di Giussani):

“Se […] c’è in me una realtà che non è divisibile, misurabile o essenzialmente mutabile, ad essa l’idea di morte, così come l’esperienza me la mostra, non è applicabile.
Occorre avere il coraggio di non temere questa logica. La realtà intera dell’io come appare dall’esperienza non è riconducibile interamente al fenomeno della corruzione: l’io non esaurisce la sua consistenza in ciò che di lui si vede e constata morire. C’è nell’io qualcosa di non-mortale, di immortale!”

Avevo voglia di dire che no, a me non sembrava che le cose stessero così. Che a me il vero dramma della morte sembrava piuttosto proprio il dileguare di quella cosa che, grossolanamente, chiamiamo anima, spirito. E’ vero: il cadavere resta lì e, lentamente, si corrompe. Ma almeno per un po’ resta lì. L’anima invece no. Se c’è una ceretezza è che, dal momento in cui alcune persone che ho amato sono morte, io non ho più avuto la possibilità di condividere con loro quello spazio sociale, spirituale, esperienziale (fatto poi per la gran parte di piccole cose umane, troppo umane) di cui c’immaginiamo le anime siano matrici.
Insomma: io la cosa dell’evidenza dell’immortalità dell’anima l’ho mai digerita. Mi manca, forse, il terzo occhio. Sarò allergico alla spiritualità più raffinata. Non saprei che dire. Intendiamoci: leggo il Fedone e mi commuovo, come dovrebbe fare ogni bipede senziente senza i peli sul cuore. Ma mi commuovo perché trovo che le parole di Socrate atte a rassicurare i suoi discepoli e amici nel giorno della sua morte siano l’espressione di un meraviglioso sogno. Di un desiderio struggente. Possiamo lascarcene affascinare e forse anche convincere per qualche istante, ma poi quando Socrate non parla più, paralizzato dalla cicuta, per l’appunto piangiamo.
E allora, infine: io spero (nel senso della speranza, la più importante delle virtù teologali secondo me e secondo Péguy) non tanto che l’anima sia immortale, ma che siamo immortali noi. Che sia immortale io. Che siano immortali le persone alle quali voglio bene. E lo spero perché, a rigor di logica, non lo so e mi pare di non poterlo sapere. Se lo sapessi, sarei alla lettera uno gnostico. Come dire: siamo sicuri che non ci smeni lo stesso cristianesimo a sposarsi indissolubilmente con il meraviglioso sogno platonico? Che la stessa peculiarità dell’esperienza religiosa cristiana ricschi, in quel connubio, di venire meno e di ridursi a una vaga iridescenza spiritualistica? Si badi bene: le vaghe iridescenze spiritualistiche sono cose importanti, a loro modo. Sono cose preziose. Sono, come ho detto, magnifici sogni. Ma qui starei parlando di cose serie. Di carne e di sangue. Di quella cosa ingombrante che sono le mie trippe. Alle quali tengo parecchio, non so se s’era capito.

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