ALQUANTO PERPLESSO

Sul nuovo Left Wing Massimo ha scritto un pezzo sulla querelle di Utrecht. C’entrano il Seicento, Cartesio, Henricus Regius, Gisbertum Voetius, le forme sostanziali, la fisiologia meccanicistica, cose così.
Il succo del discorso riguarda, per farla breve, il ruolo della filosofia nei confronti dello spostamento continuo che, da allora ma già prima di allora, le conoscenze scientifiche producono sulla comprensione complessiva del mondo e dell’uomo stesso.
A condimento del succo, tuttavia, Massimo si produce in una serie di affermazioni e domande sulla relazione tra scienza e religione che una volta tanto mi lascia alquanto perplesso.

La prima, a chiosa della famosa definizione pascaliana di Dio come Deus absconditus”:

“Ma, come ha detto Hans Blumenberg, un Dio nascosto è, pragmaticamente parlando, un Dio morto. “

Ma chi lo dice? Oltre a Blumenberg, intendo. Adinolfi? E perché? La mia gatta nascosta non è, pragmaticamente parlando, morta, né lo è il mio amico con il quale stessi giocando a nascondino. Per dire.

La seconda, dopo aver citato anche l’evoluzionismo di Darwin ad esemplificazione di una scienza che pone la fede, dice lui (lui Adinolfi) nell’inutilità esplicativa:

“In fondo, la scienza la mette così. La scienza non esclude l’idea di Dio. Ma a che serve la fede, se non può dire una parola di verità sulla natura umana? “

Mi pare che qui Massimo presuma un po’ troppo, e precisamente presuma che una parola di verità sulla natura umana possa essere solo parola scientifica. Evidentemente, però, non la pensa così se poi invoca una parola dalla filosofia e sembra lamentarsi del fatto che la filosofia quella parola non riesca più a dirla. Allora rispondo: io rivendico la possibilità di poter giocare un altro gioco, fondata, se non su altro, sul fatto che quel gioco è stato giocato ed è giocato ancora, nonostante tutti gli sforzi di Cartesio, Darwin e Adinolfi.

La terza, poco oltre:

“Ovviamente, nulla impedisce che si continui a parlare dell’uomo come ente morale, e non semplicemente come mero ente naturale, ma su quale fondamento si parlerà dell’uomo come ente morale, quando nulla nella sua natura farà segno verso un fine o una destinazione morale?”

Qui davvero non capisco. Di che natura stiamo parlando? Il discorso di Massimo reggerebbe se concordassimo su un significato di “natura” che, più o meno e in soldoni, risultasse essere l’insieme degli enunciati scientifici che riguardano l’uomo come specie. Mettiamoci dentro pure l’etologia e la sociologia. Mi pare continui a rimanere fuori parecchia roba. Ma poi, non s’era detto che di natura non si può parlare perché la natura è sempre cultura? E ora che si fa, si cambiano le carte in tavola?

La quarta, siamo quasi alla fine:

“è possibile mantenere una coscienza religiosa anche senza l’una e l’altra”

Laddone l’una e l’altra sono una filosofia della natura e una morale. Semplicemente, non credo proprio che Massimo lì dica qualcosa di sensato. Ma che carini, ‘sti coscienziosi religiosi citrulli, che opinano fideisticamente senza uno straccio di raziocinio sul mondo e su sé. La caricatura è venuta bene, ma è pur sempre una caricatura.

La quinta, infine, in cui Massimo, per inciso, ciancia di:

“tomismo consustanziale alla Chiesa cattolica”

Capisco che te lo stia dicendo uno che, talvolta, s’è persino definito tomista senza che gli scappasse troppo da ridere, ma stiamo scherzando? Consustanziale, addirittura? E quei poveri cattolici vissuti nei tredici secoli tra Cristo e Tommaso? Lo sapevano, loro, di essere consustanziali a ciò che ancora non era? O Massimo sta forse sostenendo che il tomismo è philosophia perennis? E, nel caso, chi sarebbe davvero il tomista tra me e lui?

Postilla conclusiva non scientifica: nella Goccia Massimo evoca, a suffragio interconfessionale delle sue tesi, nientemeno che Dietrich Bonhoeffer. Il quale tuttavia mi pare che nel testo citato spieghi perfettamente perché Massimo stesso ha torto.

P.S.: so perfettamente che adesso Massimo risponderà volendomi fare a teoretiche fettine, e ciò sarà gran parte del divertimento.

P.P.S.: sul nuovo Left Wing c’è, come sempre, molto altro. Stavolta segnalo un pezzo stre-pi-to-so del Borgo che devo far leggere assolutamente a quella veltroniana della Raffa, nonché la spiegazione, ad opera della Mae*, del perché in Italia non possiamo non dirci baudiani (e non è bello).

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