CHIAMATEMI MCGYVER

Oggi è mercoledì, e sarebbe il mio giorno libero (il sabato, invece, lavoro). Dico sarebbe perché stamattina la Raffa era agitatissima. Al contrario di me (che godo nell'intimo a lasciarla dormire placida il sabato mattina mentre io mi preparo per uscire), lei s'indispone sempre un po' quando deve andare a lavorare lasciandomi a sonnecchiare tra le coltri. Stamattina, tuttavia, per imperscrutabili motivi era più molesta del solito. Prima ha cominciato a berciare che non trovava un certo paio di scarpe che le sarebbero state indispensabili solo per poter pensare di poter considerare di poter eventualmente decidersi ad uscire di casa. M'ha svegliato, mi sono alzato, mi sono infilato nella cabina armadio, le ho trovato le scarpe. Però la Raffa ha continuato a fare su e giù, giù e su, picchiando forte coi tacchi sul gres. Smaniava, vociava, invocava mancanze di magliette, di giacchette, di chissà che, in una sequela di "noncelapossofare". Poi, mentre io ero rientrato sotto il piumone e cercavo di riprendere sonno (ah, già, non ve l'ho detto: erano le 6.00), ha cominciato a questionare circa il fatto che dovendo anch'io scendere stasera a Milano sarebbe stato tutto molto più semplice se l'avessi accompagnata alla stazione di Piacenza e avessi tenuto io l'auto, invece di mettere in piedi complicati accrocchi di autobus e doppie chiavi. Alla fine, visto che non riuscivo a riaddormentarmi, mi sono buttato addosso una Lacoste e un paio di jeans, ho infilato in tasca portafoglio e chiavi dell'auto e le ho annunciato la magnanima intenzione di farle da cavalier servente, rinunciando – con sprezzo del pericolo e mettendo a repentaglio la mia stessa vita – persino al caffè. Sono uscito di casa e, mentre lei chiudeva a chiave il cancello di acciaio che preclude l'accesso alla porta di casa, io manovravo per uscire dal box. L'ho caricata, siamo partiti, siamo arrivati a Piacenza, l'ho scaricata, lei ha preso il treno per Milano, io me ne sono tornato a casa.

Il bello della storia è arrivato nell'esatto momento in cui, riparcheggiata l'auto nel box, sono arrivato davanti alla porta di casa e mi sono apprestato a frugarmi nella tasca dei jeans per prendere le chiavi del cancello. Niente chiavi. Al grido di "cazzocazzocazzo" son tornato a vedere se le avessi lasciate in auto. No, non le avevo lasciate in auto. Evidentemente, non le avevo proprio tirate su uscendo di casa. In sintesi: la Raffa ormai era quasi a Milano, io ero lì vestito alla bell'e meglio con gli abiti di ieri, nemmeno una molecola di caffeina nelle vene e tutta una giornata di impegni da svolgere e organizzare, davanti avevo il cancello d'acciaio di casa mia chiuso a quadrupla mandata, il mio mazzo di chiavi per aprire il cancello era in casa. Cazzocazzocazzo.

Allungando la mano oltre il cancello sono riuscito ad aprire la porta che dà in cucina. Eccole là, le chiavi. Fortunatamente lasciate in bella vista in mezzo al tavolo. Tre metri buoni di fronte a me, oltre un cancello d'acciaio. Sono andato a prendere il rastrello. L'ho fatto passare tra una sbarra e l'altra del cancello. A braccio teso tenevo l'estremità del manico del rastrello con leva oltremodo sfavorevole (avete presente quanto può pesare un rastrello?), protendendo l'utensile verso le agognate e fottutissime chiavi. Niente. Mancava ancora almeno un metro.

È  stato esattamente in quel momento che lo spirito di McGyver s'è impossessato di me. Sono entrato come una furia in cantina (la quale, per grazia di Dio, non contenendo nulla di valore è sempre aperta). Mi sono guardato rapidamente intorno e ho subito identificato quel che avrebbe fatto al mio caso: le riloghe delle vecchie tende che avevamo nell'appartamento di Cologno, un tirante del vecchio gazebo di legno ormai distrutto dalle intemperie e sostituito un anno fa con un più funzionale esemplare in acciaio cromato, un rotolo di scotch-carta lasciato lì dall'ultima imbiancatura.

Incastrato il tirante in una delle scanalature della riloga e assicurato l'accrocchio con lo scotch-carta, ho rifatto la mossa del rastrello. Stavolta, il sistema braccio-riloga-tirante risultava lungo a sufficienza per abbrancare le chiavi e trascinarle, prima giù dal tavolo, poi lungo il pavimento fino al cancello dove, con agile mossa, le ho fatte mie.

Riflessione di fine avventura: poi uno si chiede perché, contro ogni logica, accumuli in cantina senza trovare il coraggio di disfarsene cose come le riloghe delle tende che aveva nella vecchia casa (e che mai in nessun modo, vista la diversa conformazione della casa nuova, potranno essere riutilizzate) o il tirante di un gazebo distrutto e in buona parte già riciclato nei mesi invernali come combustibile per il camino. Beh, oggi ho avuto la risposta.

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