GIRO D'ITALIA 2007/POSTILLA CONCLUSIVA NON SCIENTIFICA

Il Giro è finito, pertanto posso tornare a parlarne e farne un sintetico bilancio. So che non stavate nella pelle, nevvero?

Comiciamo dal negativo.

Ha vinto un campione, che però difficilmente potrà ripetersi se al Giro decidesse di partecipare anche solo uno dei corridori tagliati specificamente per le corse a tappe. Dietro Di Luca, la solita compagnia di onesti corridori ormai sul viale del tramonto che solo al Giro trova qualche sprazzo di gloria (Simoni, Piepoli, Garzelli, Savoldelli), qualche bravo comprimario baciato dalla grazia e dalle fortunate circostanze (Mazzoleni), qualche non-giovane che una volta di più ha dimostrato come la sua vittoria di tre anni fa sia stata un caso (Cunego) e un giovanotto di belle speranze (Schleck) che, in mezzo a cotanti fenomeni, è arrivato addirittura a podio.  Tanto per dirla in modo sintetico: Schleck e, forse, Cunego a parte, che essendo giovani hanno ancora cospicui margini di miglioramento, nessuno degli altri sarebbe in grado, in condizioni normali e con una lista di partecipanti non falcidiata da infortuni e squalifiche, di entrare nei primi dieci al Tour. Un raffronto che farà storcere il naso a qualcuno: l'anno scorso Basso arrivò a Milano con più di 9 minuti sul secondo e con 12 minuti su Simoni, terzo. Quest'anno Simoni, con un anno in più sul groppone, è giunto quarto a poco più di 3 minuti da Di Luca. Ovviamente, sarebbe insensato dire che se ci fosse stato Basso avrebbe vinto con 12-3=9 minuti su Di Luca, ma facciamo che il raffronto dà un'idea approssimativa degli ordini di grandezza e della classe in gioco ("Eh, ma Basso era drogato", ah beh, sì beh).

Tecnicamente, al netto del percorso eccezionale, la corsa è stata di livello parecchio basso. Le grandi tappe hanno visto, tra i primi della generale, distacchi di pochi secondi. Tutti, a cominciare dal vincitore (che però almeno ha dalla sua la ragione di chi, con questa tattica, ha stravinto), hanno fatto corsa sparagnina, senza lampi di genio né azioni in qualche modo memorabili. Gli attacchi son stati tutti cosa di pochi secondi sull'ultima salita, con l'eccezione della tappa di Bergamo, nella quale in ogni caso la maglia rosa, attaccata, ha perso addirittura… 38 secondi.

Ognuno, ovviamente, è libero di leggere la cosa come meglio gli pare. E' stato detto (a ripetizione dall'insopportabile Marino Bartoletti durante il "Processo alla Tappa", ad esempio) che ciò sarebbe finalmente segno di"ciclismo pulito". Si tratta, ovviamente, di retorica vuota, al pari della cosa dello "scudetto degli onesti". Oltretutto, dove sta la logica nel ritenere sintomo di una finalmente riconquistata liberazione dalla pratica dell'aiutino chimico una classifica generale e una serie di arrivi di tappa livellati, schiacciati nell'arco di poche manciate di secondi? Ciò, si badi bene, non toglie nulla né alla vittoria di Di Luca né ai piazzamenti dei suoi avversari. Cantare, sulla scia di un Giro corso in questo modo, peana allo sport etico significa semplicemente capire pochino di ciclismo.

Veniamo alle cose buone.

Già si diceva del percorso. Magnifico, non c'è altro da dire. Tappe nervose e lunghe il giusto, grandi salite, arrivi spettacolari (su tutti quelli nei centri storici di Briançon e Bergamo). Una gioia per gli occhi e un motivo di assoluta superiorità, checchè se ne dica e al netto di ogni altra considerazione, del Giro sul Tour.

Poi, Di Luca. La sua vittoria è il miglior cattivo esito del Giro di quest'anno (considerando noi qui, da tifosi, l'unico esito positivo una vittoria di Basso). Il ragazzo è un campione, è tosto, ha inseguito questa vittoria e l'ha ottenuta. Niente da dire. Vittoria che nobilita il palmares di Di Luca, presenza di Di Luca che nobilita l'albo d'oro del Giro.

Tra l'altro: per trovare un vincitore del Giro d'Italia che abbia vinto anche qualche classica di spessore assoluto bisogna risalire indietro nel tempo all'epoca di Bugno e Fignon. Come dire vent'anni fa. In mezzo, mettendo insieme i Lombardia di Cunego e Rominger e la Liegi di Berzin, si arriva a totalizzare, in un ventennio circa, tante classiche quante ne ha vinte il solo Di Luca (ricordiamole: un Lombardia, una Liegi, un Amstel, una Freccia Vallona). Il discorso vale alla stessa maniera se consideriamo le altre grandi corse a tappe. Dal 1990, complessivamente i vincitori del Tour de France totalizzano tra le grandi classiche, nei loro palmares, il mondiale e la Freccia di Armstrong e i due mondiali di Lemond. Per ritrovare un campione capace di vincere, oltre al Tour, almeno tre classiche in carriera bisogna risalire nientemeno che a sua maestà Bernard Hinault. Per quanto concerne la Vuelta, abbiamo la vittoria – diciamo così – miracolosa di Jalabert nel '95, uno che è riuscito a vincere Sanremo, Lombardia e San Sebastian. Altrimenti, bisogna tornare di nuovo agli anni '80, con Kelly e, ancora una volta, Hinault.

Anche in questo caso, la questione può essere interpretata in due modi: o come ritorno a un ciclismo "d'altri tempi", prima dell'iperspecializzazione, nel quale i grandi campioni correvano e vincevano da febbraio a ottobre tutti i grandi appuntamenti della stagione, a tappe e in linea; oppure come l'esito di un drastico livellamento (verso l'alto) delle prestazioni del gruppo, tanto che alla fine, con un'adeguata preparazione e una tattica di corsa sagace e misurata, anche un buon finisseur può riuscire a portare a casa il Giro sulle tre settimane.

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