GELATI E POLITICA

Nei commenti al post qui sotto, Squonk mi bacchetta:

"No, caro Prof, non ci siamo. Se uno non capisce che c'è un limite, che quel limite è stato ampiamente valicato e già da tempo, che il gelato non è che la microscopica goccia che fa ri-traboccare il vaso, che si viene giudicati anche dai dettagli: se uno non capisce almeno un po' l'aria che tira e l'opportunità di non atteggiarsi a rockstar senza averne il physique du role, allora è un babbeo patentato, che meriterebbe di essere soggetto ad un uso alternativo – benché altrettanto rinfrescante – del gelato in questione. E diciamolo, che qui politica e antipolitica non c'entrano nulla"

Ovviamente, ribatto.

Quel che mi indigna dell'indignazione altrui non riguarda tanto l'inadeguatezza della nostra classe politica, ma il modo (qualunquista e un po' fascista) con il quale spesso la stampa italiana (di destra e di sinistra, in questo non c'è grande differenza) ne costruisce la rappresentazione pubblica. Ciò che è in gioco, nella notizia dei gelati, non è qualche politico che fa male, per incapacità o per dolo o per entrambi, il proprio mestiere. Quel che è in gioco è piuttosto lo sfruttamento peloso di una vicenda che, in sé, non meriterebbe nemmeno di essere divulgata e che, una volta portata strumentalmente all'attenzione del pubblico, assomiglia molto, per la logica con la quale è costruita in quanto notizia, all'uso che la stampa fa delle intercettazioni. Per sortire l'effetto indignazione viene decontestualizzata, cioè viene resa diversa da ciò che è. Lo dimostrano un po' anche le parole con le quali Squonk mi rimprovera: Buttiglione (che, tra l'altro, per meccanismi del genere – applicati a cose ben più gravi e serie dei gelati – si vide stroncata la carriera di commissario europeo) non ha fatto nulla che possa essere descritto come "atteggiarsi a rockstar". Ha chiesto che al bar del Senato (e non a Montecitorio, come ho erroneamente scritto nel post) venissero venduti i gelati. Può far ridere e rendere perplessi – come notava sempre nei commenti e nel suo blog Massimo – che per farlo occorra la lettera ufficiale, bipartisan e all'attenzione del "Collegio dei questori" del parere dei quali si resta in "attesa di riscontro". D'accordo: la forma è sostanza, e quella forma dice molte cose. Però è una richiesta di gelati.

Per far capire meglio il mio punto di vista: è un po' la stessa cosa che provo quando, per esecrare il corpo docenti della scuola italiana (che – beninteso – talvolta è effettivamente esecrabile, ma talvolta anche no), vengono pubblicate notizie dalle quali sembra che nelle scuole italiane si faccia qualsiasi cosa tranne che far lezione. La "crisi della scuola italiana" diventa così un'invenzione letteraria, un espediente retorico stile "signora mia" che trita pure chi a scuola fa da anni il suo dovere e persino di più (parlo, chiaramente, di insegnanti, ma anche di studenti). Lo ribadisco: ciò non significa che non si possa e non si debba discutere di come funziona la scuola e di cosa servirebbe per farla funzionare meglio. Il punto è che la notizia dello studente che si fa riprendere dai compagni col cellulare mentre infila le mani negli slip della supplente non serve affatto a ragionare di scuola. Serve a mandare tutto in vacca.

Come già scrissi tempo fa a proposito di un'altra vicenda, io ci terrei parecchio al fatto che la politica non andasse in vacca. Sicuramente è vero che il clima antipolitico che si respira è nato con il sostanziale contributo di molti politici (forse si potrebbe persino dire "della politica"). Credo però che sia opportuno, e certamente io preferisco pensarla così per quel che concerne me stesso, frapporre qualche filtro critico alla deriva qualunquista.

Insomma: son gelati. Ed è politica, eccome.

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