ARMAGEDDON DI STATO 2007/4

Ilaria mi chiama spaventata dopo un'ora dall'inizio della seconda prova scritta, quella di matematica. Non si ricorda la formula del volume del cono. Sorprendentemente, me la ricordo io. Gliela dico. Poi però mi prende una botta di understatement e di cautela: mi avvicino a Simone, il primo della classe, e gliela chiedo. Lui mi guarda basito. Me la dice. E' la stessa che mi ricordavo io. Però, come Agostino con il concetto di tempo, mi accorgo che anche Simone sapeva perfettamente la formula finché non gliela ho chiesta, ma da quando gliela ho chiesta non è più sicuro di saperla. Allora vado da Martina, un'altra che ne sa. Anche lei mi guarda basita, ma ha gli occhi della tigre nelle cui pupille passa anche – mi è parso – un pizzico di sdegno: ribadisce ciò che già io e Simone sapevamo finché non ci è stato chiesto, ma con l'aria superiore che solo le donne che ne sanno riescono ad avere. Torno da Simone, prima, e da Ilaria, poi. Confermo ciò che già c'eravamo detti. Mi sento un po' idiota. Un utile idiota.

E' arrivato, finalmente, anche il commissario esterno di scienze che supplisce quell'altro che s'è dato. Lo guardo, mi guarda. Ci riconosciamo: è il mio sindacalista. Opperbacco.

Matteo (non quello con la colite, un altro) si fa beccare a tentare di comunicare con qualcuno. Io non dico niente. Avanzo a passo sicuro verso di lui. Lui mi vede e si ammutolisce. Sbianca. Quando sono a due metri e ormai tutti mi guardano chiedendosi che cosa abbia mai intenzione di fare per punire il reprobo, mimo dsguainare una katana, di farla roteare attorno alla testa e dietro la schiena, di tirare tre fendenti in rapida successione stile Gamon, e infine indico col dito la testa di Matteo che rotola e rimbalza lungo il corridoio. Il tutto, ovviamente, facendo i rumori del caso con la bocca (sguissh, wovvw wovvw, swang swang swang! clock clock clock clock clock…). Prima, però, mi ero attentamente guardato intorno per sincerarmi che il commissario (esterno o interno, non importa) più vicino fosse ad almeno venticinque metri. Ridono tutti, soprattutto Matteo.

Barbara aka Rastina a un certo punto mi chiama e mi chiede la densità dell'olio. Mumble. Questa non la so. Che poi, la densità "dell'olio" dipende. Ma perché le servirà conoscere la densità dell'olio? "Perché mi chiede quanti litri d'olio ci starebbero nel cono" (di merda, questo non lo dice, ma capisco che lo pensa). "Ma tu conosci il volume del cono?" le chiedo. "Sì" mi risponde (peccato, penso io, ché questa la sapevo). "Ma allora… (roteo gli occhi verso l'alto come Verdone) … cioè … che cazzo ti serve la densità…?". "Dice?" "Eh, sì. Dico." "Grazie." "Prego."

Verso le undici, mentre i cervellini dei pischelli sono in silenzioso lavorìo, dal fondo del corridoio, dove una porta a vetri si apre sul cortile, giunge un coretto infantile: "Signoreeeee!". Tutti alzano la testa dal foglio. Si voltano verso di me, che me ne stavo a leggere il Corriere alle spalle dei ragazzi davanti alla porta. "Signoreeeeeeeee!", insiste il coretto. Pochi metri oltre la porta c'è la recinzione metallica che separa il cortile del liceo da quello del vicino asilo. Cinque bambini di cui tre maschi caucasici, un maschio afro e una femmina (che è la più querula) si stanno, con ogni evidenza, rivolgendo a me.  "Signoreeeeeeeeee!". Guardo i ragazzi (i miei, quelli grandi, ormai tutti distratti dal compito di matematica), riguardo i bimbi, mi accorgo che c'è un pallone giallo e nero di quelli che se gli dai un calcio volano via appena al di qua della rete. Riguardo i miei, con le dita a forma di V mi indico gli occhi come a dire "Attenti che se ve approfittate vi cionco" e poi, con passo agile, vado a restituire la palla ai bimbi belli, i quali riprendono a inseguirla non appena la ributto di là, neanche fossi stato l'arbitro che scucchiaia. Saranno stati dieci secondi, i miei si saranno passati il passabile. Secondo me, tra i cinque piccoli c'era un fratellio o una sorellina adeguatamente istruito e, ritengo, adesso meritoriamente ricompensato a colpi di caramelle e gormiti.

Anche oggi, a metà mattinata, arrivano caffè, biscottini e (novità!) acqua gasata e succhi di frutta. Stavolta, però, nessuno mi ha chiesto l'euro. Si vede che quelli di ieri son bastati.

Mi siedo un po' accanto alla commissaria esterna di matematica, che c'ha quell'aria da commissaria esterna di matematica, non so se mi spiego. Voglio capire che tipo è. Mi confida subito, intenerendosi, che anche suo figlio sta facendo l'esame, ovviamente in un'altra scuola. Mi dice che questo le muta la prospettiva. Anche le commissarie esterne di matematica hanno un cuore.

Finisce il mio turno di assistenza. Prima di uscire, passo dal corridoio del linguistico, dove stanno torchiando la mia altra quinta, quella alla quale ho fatto solo storia e con la quale non sono in commissione. Guardo le ragazze, mi riguardano, mi metto le mani alle orecchie, tiro fuori la lingua e faccio una smorfia scema. Anche loro, per fortuna, ridono. Ma quanto sarò stupido? Però, intanto, ridono.

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