DIARIO ANDALUSO/1/C'È SUD E SUD

Si fa presto a dire omologazione. O meglio, si fa presto a pensare che l'omologazione (il termine pasoliniano continua a piacermi più di ogni proposta di sostituzione) sia una cosa che ha a che fare col Nord e con l'Occidente, una roba che c'entra con la Coca Cola, con Michael Jordan, con l'iPod, con L'America.

C'è anche, mi pare evidente, un'omologazione del Sud. I Sud si assomigliano un po' tutti e su questa omologazione hanno costruito il loro mercato (anch'esso globale). I cantanti e i ballerini di flamenco visti a Siviglia, ad esempio, sono interscambiabili con i gelatai kosovari, con i camerieri napoletani, con i tanghèri argentini, con i venditori arabi di orecchini berberi, con i giovanotti greci: stesso look nero-bianco-nero su sfondo brunito, stessa guapperia, stesso senso estetico, simile universo etico di riferimento implicito. Vogliamo parlare dei cibi speziati? La spezia è esotica rispetto all'abituale, ma è abituale rispetto a se stessa, e assomiglia a se stessa dovunque. Il che ci mette in mezzo a un paradosso, il solito: la rottura degli schemi è, perlopiù, schema a sua volta. Il paradosso figura-sfondo, insomma.

Però, poi, uno incontra anche un Sud diverso. Un Sud dove le città sono pulite. Dove le strade sono larghe e ben asfaltate. Dove la gente è allegra, ma raramente sciatta o sbracata. Dove c'è tanta storia quanto qua, tanto mare quanto qua, tanta cultura quanto qua, ma tutto ciò sembra essere punto di partenza e non d'arrivo. Dove per costruire un'infrastruttura – e che infrastruttura – non ci mettono vent'anni, ma due. Dove le cose sembrano funzionare abbastanza bene. Più che a Napoli o a Palermo o nel Salento o lungo la Salerno-Reggio Calabria, il che forse non stupisce, ma tutto sommato anche più che a Roma, Firenze o Milano, il che stupisce solo chi è rimasto prigioniero del mito del Paese del Sole che fa dimenticare tutto il resto. In Andalusia hanno 320 giorni di sole all'anno, e non sembra che se ne siano accontentati.

Laggiù, a latitudini africane, c'è con ogni evidenza un brandello d'Europa, quella lustra e ammodo che di solito ci si aspetta di incontrare in Germania o nel Benelux. C'è una città – Siviglia – che, per l'aria che ha, non sfigurerebbe tra le grandi capitali europee (con una squadra di calcio di livello assoluto, oltretutto); c'è un'altra città – Granada – che ha le dimensioni di Brescia, il cuore di una città d'arte come se ne incontrano solo, forse, in Toscana e boulevard che ricordano, per gusto se non per dimensioni, quelli parigini. E anche a Malaga, città portuale e un po' scabeccia come tutte le città portuali, turisti, mendicanti, artisti di strada, musei su Picasso, pub, portali barocchi, ramblas, facce da tagliagola e polizia (parecchia polizia) vivono in una simbiosi apparentemente equilibrata.

Poi ci sono le serre, a perdita d'occhio, a ricoprire ogni centimetro disponibile tra i contrafforti della Sierra e il mare. Lì si produce un quarto degli ortaggi europei. Un Sud chino sul fatturato, insomma. Un altro Sud, bello e possibile.

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