DIARIO ANDALUSO/3/L'INVENZIONE DELLA MODERNITÀ

Siviglia, tra le altre cose, è con Firenze, Parigi e Londra una delle città in cui la stessa idea di modernità è stata elaborata (e pazienza se, mentre la elaboravano, nessuno la chiamava così, la qual cosa è tanto ovvia che forse di questa parentesi non ci sarebbe nemmeno stato bisogno).

Innanzitutto, Siviglia fu il vero e proprio punto di leva che consentì alla potenza allora egemone di allargare lo spazio del mondo: a Siviglia Colombo si recò per esporre il suo progetto ai Re Cattolici, a Siviglia progettò la sua spedizione, da Siviglia partì (sì, d'accordo, da Palos, che è a due passi da Siviglia), a Siviglia tornò per mostrare ciò che aveva mirabilmente trovato di là del mare. A Siviglia, oltretutto, Colombo è pure sepolto nel transetto destro della cattedrale, in un'impressionante tomba sospesa sulle spalle di quattro omenoni, benché gli storici discutano a proposito del fatto che nel sarcofago riposino effettivamente le spoglie del navigatore.

Poi, Siviglia per due secoli divenne perno della gestione dei traffici tra il Nuovo Mondo e l'Europa: a Siviglia, presso la Casa de Contractaciòn ospitata nell'antica Alcazaba giungevano e venivano registrate tutte le merci, prima di venire smistate verso Valladolid prima, Madrid poi, e di lì verso il resto d'Europa. In particolare, da Siviglia transitarono le tonnellate di oro e soprattutto di argento che dell'Europa moderna finanziarono l'edificazione. Filippo II, tuttavia, commise a tal proposito diversi errori. Il più marchiano fu quello di non capire come la disponibilità di quantità di metallo prezioso fino ad allora inimmaginabili non significasse in se stessa prosperità e potenza. Di quell'argento, paradossalmente, beneficiarono più i nemici della Spagna che la Spagna stessa. Secondo Braudel, un altro clamoroso errore di Filippo fu il voler rimanere abbarbicato alla Castiglia. Avesse spostato la capitale a Siviglia o direttamente nel Nuovo Mondo, fantastorizza il grande storico, le sorti della Spagna e del mondo sarebbero cambiate. Probabilmente, anche quelle della capitale andalusa, alla quale oggi restano i segni monumentali di quella passata grandezza che sarebbe forse potuta essere ancora maggiore, nonché il più grande archivio storico relativo ai primi due secoli dello sfruttamento coloniale delle Americhe.

Infine, Siviglia è la culla di due (forse persino tre) miti della modernità, cioè di due (forse tre) personaggi inventati dalla modernità per pensare se stessa: don Giovanni, Figaro e, in minore, Carmen. Inventati – e continuamente reinventati – in parte altrove, ma certamente nati lì.

Io, per confermare in mezzo a queste auliche chiacchiere la mia indole irrimediabilmente cialtrona, dirò che ho cercato in lungo e in largo un barbiere aperto per poter dire di esserci stato. Non l'ho trovato (ero là pur sempre nella settimana di Ferragosto).

Ho trovato, invece, le tracce di Miguel Mañara: a detta di molti il personaggio storico all'origine del mito di don Giovanni, a detta mia – che quanto alla prima ipotesi continuo ad avere dubbi in merito alla corretta scansione cronologica degli eventi – certamente l'incarnazione di una delle infinite possibilità che don Giovanni tiene programmaticamente aperte di fronte a sé (e pertanto, come intuiva uno dei grandi reinventori del mito del Seduttore, ben altra cosa rispetto a don Giovanni stesso: di mezzo, a far la differenza, il pensiero della morte). Sia chiaro: anche Miguel è del tutto, pienamente, irrimediabilmente moderno, alla faccia di chicchessia.

Oltretutto, che uno dei caratteri della modernità sia l'infinito gioco delle interpretazioni è ben testimoniato dal fatto che pure Miguel Mañara ha svolto – a posteriori, ma nel fluire delle interpretazioni la linearità del tempo finisce per incasinarsi irrimediabilmente – il ruolo di spunto per un'altra, e non la più banale, delle reinvenzioni di don Giovanni, a opera di Oscar Milosz. Con Il Signore degli Anelli e il Berlicche di C.S. Lewis, una delle mie letture di formazione.

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