ALTRE SCIMMIE

Qualche giorno fa Sasaki ha scritto un post sconcertante e illuminante. Al netto della sua misantropia (va detto che poi, conosciuto di persona, è sorprendentemente un ragazzo simpatico), è difficile non condividere quel che scrive. Si tratta di un pensiero sempre più ricorrente anche in me. Di solito lo esprimo con la sconsolata sentenza mankind is highly overrated.

Muoverei a Sasaki un'osservazione (non obiezione: osservazione).

Io, nel merito, sotto la mia apparenza gioviale son più pessimista di lui, che gioca un po' a fare il malmostoso. Sarà il mio criptogiansenismo, non saprei dire. Pare di capire che Sasaki distingue un "loro" e un "noi", le scimmie e gli umani. Non sarei così sicuro della fondatezza della distinzione. Non in quel modo lì, quello della signora, certo (figuriamoci), ma in altri, sorprendenti modi chiunque è scimmia. Chiunque è indegno di stare al mondo. Non c'è possibile salvezza, almeno non al modo in cui sembra intenderla Sasaki (in sintesi, e rimanendo al racconto: sapere chi sia Rezza, ad esempio, o avere quel minimo senso del pudore e della realtà per comprendere i punti di vista altrui e non limitare il mondo alla sfera tangente alla punta del proprio naso). Inesorabilmente, da qualche altra parte – e sto parlando per me, innanzitutto – salta fuori la scimmia (ben celata, e lavata, e spulciata, e pettinata, e profumata, ma pur sempre scimmia).
Sembra di capire, da quel che Sasaki racconta, che la condizione scimmiesca si concretizzi in una serie di sintomi riconoscibili. L'eloquio (o, per meglio dire, la mancanza di), l'assenza di flessibilità mentale, forse persino (Sasaki non lo dice esplicitamente, ma ho avuto la sensazione che abbia voluto lasciarlo intendere) l'accento, l'abbigliamento, la postura del corpo. Mah.

Ieri sera mi trovavo, per combinazione, in mezzo a un ambiente scicchissimo e vippissimo. Tutti erano giovani ed eleganti. Avevano l'aria di gente che sa vivere, che sa quel che vuole, che sa stare al mondo. Una multinazionale presentava un nuovo prodotto. Aveva invitato notabili, vip e giornalisti. Gente che muove milioni di euro. Gente che conosce la consecutio temporum. Gente che era lì, tra l'altro, per vedere Antonio Albanese, invitato dalla multinazionale. Un genio, Albanese. Un comico totale. Vederlo, sentirlo, ascoltarlo per un'ora è stata un'esperienza eccezionale. Divertimento puro. Un ottovolante per il cervello. Peccato che per tutto il tempo della sua esibizione il locale fosse pieno di vocìo. Non sommesso. Non trattenuto. Esplicito. Disturbante. Causato da gente che era lì e alla quale, palesemente, non importava nulla di quel che stava accadendo. Gente cieca e sorda, intellettualmente sorda, e però vociante.

Albanese è stato un signore e un gran professionista. Era evidentemente infastidito (e ci credo, la sua comicità è tutto fuorché spontanea, e provateci voi a tenere il pallino per un'ora col corpo, con la voce e col pensiero mentre tutt'attorno chi dovrebbe essere lì ad ascoltarvi non fa che fare altro e disturba quel che fai), ma ha tirato dritto con una forza di spirito encomiabile.

Lì non c'erano accenti sgraziati, né abbigliamenti fuori tono, né capigliature men che curate. Lì c'era, semplicemente, l'eterno cretinismo incarnato in quella modalità "Milano da bere" che io, per ragioni anagrafiche, conosco bene.

Evidentemente, il problema non erano né il craxismo né i paninari. Il problema erano e sono loro, le scimmie. Il problema erano e sono le scimmie, che siamo noi.

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