BONTÀ

Tra i tanti luoghi comuni concernenti il Natale ce n'è uno che mi infastidisce più degli altri: quello secondo il quale a Natale bisogna essere buoni.

Il senso del Natale, se ne ha uno, non è nell'amore che diamo, bensì l'amore che riceviamo. Natale è il giorno ideale per essere non dico più cattivi, ma almeno un pochino più egoisti. È il giorno in cui val la pena di pensare a quanto di bello e di buono ci può capitare e a quali speranze – magari anche meschinelle, ma vivaddìo – si agitino nella nostra piccola vita. È il giorno in cui è bello ricevere regali più che farli (ed è bello farli per quel che se ne può ricevere in cambio). È il giorno delle luci colorate che ci fanno tornare bambini, cioè un po' idioti, ma idioti idiotamente felici nonostante tutto. È il giorno in cui ci si può strafogare di prelibatezze e dolci, soprattutto di dolci: le scorze d'arancia affogate nel cioccolato fondente, il panettone, il pandolce, il panforte, i fichi secchi, il torrone al rum, il moscato, tutti segni e correlativi oggettivi di un abbraccio che, forse, nemmeno ci meriteremmo.

Esserne degni e riuscire a contraccambiare è una conseguenza e c'è tempo e modo di tirarla per i successivi 364 giorni.

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