MORATORIA

Che la straordinaria proposta di Giuliano Ferrara a proposito di una “moratoria sull’aborto” stia generando discussioni politiche è una conseguenza prevedibile e del tutto legittima in un paese democratico. Del pari legittime sono entrambe le posizioni finora emerse: quella di chi vorrebbe la revisione legislativa di alcuni aspetti della legge 194 e quella di chi, per reazione, dichiara di non volere che la 194 venga modificata.
Capisco di meno chi parla di “attacco alla 194” o paventa la possibilità che sia in atto una strategia “oscurantista” per abolirla. Capisco di meno, intendo, per il semplice fatto che mi pare che nessuno – tra gli interlocutori che hanno un qualche effettivo potere in merito – abbia avanzato una proposta simile.
Il fatto che taluni abbiano rilevato che una delle modifiche finora evocate (l'altra ha a che fare con l'effettiva realizzazione di quanto previsto dalla legge a proposito dell'azione dei consultori a favore della maternità), ovvero una revisione in senso restrittivo di quanto la legge prevede in merito alle interruzioni di gravidanze avanzate oltre la ventesima settimana, riguarderebbe una percentuale molto esigua (2,7%) di casi sul totale degli aborti praticati in Italia a mio giudizio dovrebbe indurre a discuterne, e discuterne con toni pacati, e non a chiudere la discussione o a rinfocolarla con toni un po’ isterici.

Tuttavia, al di là delle discussioni politiche sulla 194, mi sembra che il senso ultimo della provocazione di Ferrara sia stato finora sostanzialmente travisato dai commentatori di entrambi gli schieramenti, quello favorevole e quello contrario a una revisione della 194. Perché, mi pare, il problema non è la 194. Non è la legge. Non è il diritto positivo. Il punto sollevato da Ferrara è etico e antropologico. Le cose, per dire, potrebbero benissimo rimanere invariate a livello legislativo. Ciò che Ferrara ha indicato (e ciò in cui sono totalmente d’accordo con lui) è la necessità di una battaglia culturale sul valore della vita umana. Ferrara stesso ha scritto senza possibilità di equivoco che quel che desidera a livello legislativo va nella direzione di una applicazione integrale della 194, non di una sua abolizione o revisione sostanziale.
La questione è perfettamente laica, nel senso che si fonda sulla consapevolezza della distizione tra il piano legislativo e quello culturale ed etico. Per sintetizzarla con uno slogan: pro choice e contro l’aborto.
Pro choice perché su questioni così sensibili sul piano etico la libertà e la responsabilità individuale sono in qualche modo criteri ai quali è imprescindibile fare massiccio ricorso, in quanto ogni diverso criterio sarebbe alla fin fine peggiore. Contro l’aborto perché il fatto che esista una legge che consente, dietro alcune condizioni, di abortire legalmente non può e non deve sottintendere – per il fatto stesso di sussistere – una accettazione etica condivisa della distruzione di un essere umano. Si tratta, evidentemente, di collocarsi su un crinale particolarmente sdrucciolevole e rischioso da percorrere, ma percorrerlo è in un certo senso necessario, in quanto non percorrerlo esporrebbe a rischi ben maggiori.

Quel che è implicitamente in discussione è il concetto stesso di libertà. Se giuridicamente il principio della libera scelta (entro definiti termini regolati dalla legge) può essere semplicemente evocato come istanza ultima e indiscutibile, dal punto di vista culturale ed etico (più precisamente: dal punto di vista storico e sociologico che definisce lo spazio etico di un conglomerato umano, di una società) è necessario che il dibattito avvenga, che la discussione sia posta continuamente, che vengano creati discorsi e opere che rendano quella libertà non vuota, non astratta, che le rendano possibile incarnarsi in un percorso esistenziale concreto.
Che ci sia qualcuno che richiami l’ipotesi che l’aborto sia in ogni caso la distruzione di un essere umano, che esistano politiche di supporto alla scelta (libera, e come altrimenti?) di non abortire, che venga aiutato chi desideri impegnarsi per dare supporto morale, medico, psicologico ed economico a quelle donne che senza tale supporto abortirebbero, ma che con quell’aiuto verrebbero poste nella condizione di poter effettuare un’altra scelta (e pertanto rese più libere), tutto ciò è il respiro stesso di una società che voglia essere civile, evoluta, moderna, solidale, pienamente laica.

Non si tratta, come qualcuno ha scritto, di criminalizzare le donne che vogliono abortire o, peggio ancora, di “costringerle a partorire”. Queste sono fanfaluche buone per un post a effetto sul proprio blog o per una comparsata televisiva in cerca di qualche votarello iperlaicista. Si tratta, piuttosto, di mettere in gioco un’ipotesi culturale ed etica su noi stessi, sul senso delle nostre e delle altrui vite, sul contenuto stesso della libertà, su quel che – individualmente e come civiltà – vogliamo essere e diventare. È qualcosa che la lettera della legge, per fortuna, non può in alcun modo garantire. Altrimenti ci ritroveremmo nel contrario di uno stato laico.
Già: ma qual è il contrario di uno stato laico? Uno stato confessionale? Io direi, piuttosto, uno stato etico. Lo stato confessionale è solo una delle possibili varianti (che reputerei esecrabile, a scanso di equivoci) dello stato etico. E uno stato che impedisse una seria azione a tutela della vita umana in nome della liberazione dello spazio pubblico da ipotesi etiche che volessero farsi opera, farsi azione politica, sarebbe un’altra variante estremamente pericolosa dello stato etico.

Garantire un libero confronto tra diverse ipotesi a proposito della vita umana è la benzina stessa del dibattito democratico e non c’entra necessariamente con la religione e nulla con l’oscurantismo. Al contrario. Va dato merito a Ferrara di aver saputo dire come nessuno prima quel che, in merito, andava detto (e andava detto proprio perché nessuno, prima, aveva saputo dirlo in quel modo).

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