GIOCHI OLIMPICI/1

Tutto si consumò tra l'estate del 1972 e quella del 1980, tra i miei 5 e i miei 13 anni, tra Monaco e Mosca passando per Montreal. Il luogo era Clusone, ridente località delle prealpi bergamasche, con l'aria frizzantina, pulita e profumata d'erba che c'era lassù in quegli anni. Complici e avversari erano diversi amichetti dell'epoca, in maggioranza maschi, divisi equamente tra milanesi in villeggiatura al seguito delle famiglie e autoctoni dalla parlata a tratti incomprensibile. Su tutti, spiccavano per leadership i quattro fratelli Poloni, che di Clusone erano nativi e vivevano nell'appartamento sopra il nostro: Enzo, Omar, Renato e Giorgio, dal più grande al più piccolo. Giorgio aveva un anno più di me.

(Prima parentesi: non riesco a capacitarmi del fatto che fino più o meno ai 18 anni io sia sempre stato, di norma, il membro più giovane delle compagnie che frequentavo, a volte di gran lunga, mentre da quell'età a oggi ho cominciato a frequentare gente in media più giovane di me, e talvolta parecchio. Potrebbe forse trattarsi di un risvolto della crisi di mezz'età?).

Con cadenza quadriennale, la lunghissima estate (si saliva colà a metà giugno e si tornava a fine settembre, dato che all'epoca le scuole riaprivano il primo ottobre) era dominata dal "giocare alle Olimpiadi". "Giocare alle Olimpiadi" assumeva due forme, credo di ricordare simultanee: quella dinamica e quella statica.

La versione dinamica si concretizzava nella riproduzione con mezzi di fortuna (ma meticolosissima organizzazione fatta di batterie, misure di qualificazione, finali A e finali B, quaderni per segnare tempi e risultati) delle gare degli sport olimpici più immediatamente accessibili a bambini attorno ai dieci anni: atletica, ciclismo, sport di squadra (soprattutto calcio e basket, quest'ultimo a casa – detta da noi abitatori di condominio "la villa" – dell'amico Guido, il cui padre aveva montato un canestro sopra l'ingresso del box).

(Seconda parentesi: a pallacanestro si giocava sullo spiazzo pavimentato in pietra dell'accesso al box, che sarà stato tipo tre metri per tre. Poi alle volte mi chiedono come mai sia così veloce a tirare e così millimetrico negli assist, ancora oggi).

Ci si muniva di cronometri professionali (mio padre ne possedeva uno, ma ricordo che ne saltavano fuori anche altri, tutti non digitali bensì meccanici e bellissimi), si definivano i percorsi, ci si ammazzava di corse dallo sprint al mezzofondo e di pedalate, poi si inventavano dischi, pesi e giavellotti. Ci fu anche la breve, ma intensa parentesi del baseball con pallina da tennis e bastone nodoso che conferiva alla palla voli imprevedibili e traiettorie impercettibili come quelle degli uccelli di Battiato e molto più micidiali per finestre e tapparelle del circondario, nonché per l'incolumità fisica dei giocatori. Il salto in lungo aveva il suo prodigio tecnologico nella striscia realizzata con una certa sabbiolina bianca rubata in qualche cantiere vicino, che ben riproduceva l'effetto plastilina di una battuta irregolare. Per il salto in alto, due atleti temporaneamente non in gara facevano i montanti, l'asticella era uno spago e le misure si fissavano col metro di sartoria. Vi lascio immaginare le contestazioni. Ovviamente, in assenza di materassi si ricadeva sull'erba un po' spelacchiata del giardino-stadio olimpico, motivo per il quale non ci siamo mai avventurati, se non per prova, nel salto con l'asta. Se ricordo bene la prova fu svolta da Enzo, il più grande dei fratelli Poloni, munito di bastone. Provò, quasi si ammazzò, decise che non era cosa. Enzo e in parte Omar erano i depositari delle regole e delle tecniche, che spiegavano con pazienza ai più piccoli, non senza equivoci. Formidabile fu la prima batteria dei cento metri alla quale partecipammo io e Giorgio: al traguardo, come s'usava allora nelle gare vere, Enzo e Omar reggevano un nastro. Io e Giorgio ci consultammo brevemente prima della partenza circa il significato del nastro, che noi ignoravamo. Decidemmo, sembrandoci la cosa più logica da fare una volta arrivati in fondo, di passarci sotto, ricevendone in cambio frizzi e lazzi.

Renato, pur rendendo un anno a Omar e tre a Enzo, era il dio del mezzofondo. Davvero: una locomotiva umana. Credo che abbia anche fatto agonismo, qualche anno dopo. Io e Giorgio eravamo i più piccoli anche contando gli altri partecipanti, quelli non appartenenti allo stato di famiglia del clan Poloni. Per noi la medaglia era non arrivare ultimi. Io ero forte nel ciclismo a bordo della mia Supercross (imitazione sparagnina e proletaria della più borghese Saltafoss) e non avevo paura a percorrere senza smontare di sella la scalinata di ben otto gradini, passaggio chiave del "giro lungo" attorno al complesso di condomini nel quale vivevamo, la qual cosa mi dava dei bei vantaggi. Nell'atletica, invece, ero scarsino, soprattutto nelle discipline veloci. Ero decente nelle gare di fondo e me la cavicchiavo nei lanci, ma anche Giorgio lì era forte, complice la stazza erculea. Tra gli altri partecipanti ricordo Roberto, coetaneo di Giorgio, milanese, fortissimo in bici e a basket; Marcello, anch'egli milanese, cicciottello e scoordinato; Fabrizio di Arese, dotato per la corsa, ma poco avvezzo alla discipline tecniche. Il summenzionato Guido era altissimo, molto atletico, fenomenale a pallacanestro, imbranatissimo a calcio, avvantaggiato nel ciclismo dal fatto di possedere una Bianchi da corsa.

(Terza parentesi: sì, Guido era figlio della famiglia più ricca del circondario. Però era simpatico e ci invitava alla "villa", dove aveva pure il tavolo da ping pong. Sì, la lotta di classe non era esattamente in cima ai miei pensieri in quell'epoca, e a dire la verità nemmeno in seguito).

Non ricordo di avere mai vinto una gara, ma chi se ne importava? Nella classifica ottenuta sommando i punteggi di tutte le competizioni (eravamo inconsapevoli decatleti) arrivavo sempre ultimo o penultimo. Però mi divertivo un casino. Ricordo come se fossero stati ieri pomeriggio i miei due migliori piazzamenti: secondo nella gara di fondo di corsa dietro a Renato, il quale prima di partire mi fece l'occhiolino e mi disse "pensa solo a starmi appena dietro", e funzionò; terzo nel "giro lungo" in bicicletta, dietro a Enzo – imprendibile – e Roberto (Guido non partecipava perché con la bici da corsa non riusciva a scendere gli otto gradini della scalinata e tutti pensavamo che fossero un po' cazzi suoi e che così imparava ad avere la Bianchi, con la quale regolarmente ci dava ore di distacco sul "giro lunghissimo", quello di una quindicina di chilometri, da Clusone a Ponte Nossa compresa la salita della piazza del mercato).

Poi del "giocare alle Olimpiadi" c'era la versione statica, ma di questa in un prossimo post.

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