GIOCHI OLIMPICI/2

Del "giocare alle Olimpiadi", si diceva, c'era anche la versione statica, quella buona per i giorni di pioggia che sulle Prealpi bergamasche d'estate sono in genere parecchi.

L'elemento di base erano i mattoncini Lego quadrati standard, l'atomo dell'universo Lego.

(Prima partentesi a beneficio dei lettori nati dopo la metà degli anni '70: oggi e da qualche lustro il Lego è diventato qualsiasi cosa. I pezzi basici hanno ogni forma e colore, per non parlare del "Lego Harry Potter", del "Lego Star Wars", del "Lego Pirati dei Caraibi", del "Lego Bionicle" e chi più ne ha più ne metta. All'epoca della mia infanzia, almeno fino alla metà abbondante degli anni '70 e forse anche oltre, il Lego era invece composto da nient'altro che una mezza dozzina di pezzi standard: il quadratino, il rettangolino (equivalente a due quadratini), il "lungo" (quattro quadratini o due rettangolini), più qualche variante esclusivamente edilizia: tegole verdi per i tetti, infissi bianchi, cose così. Quadratino, rettangolino e "lungo" erano, rigorosamente ed esclusivamente, di color rosso mattone. Al di là dell'effetto tristezza che fa un po' socialismo reale (e invece era semplicemente il capitalismo dei primi anni '70), c'era dietro perfino una logica: il Lego era stato concepito e fino ad allora era recepito come un gioco di simulazione delle costruzioni edili. Ergo, i mattoni erano rossi e i pezzi extra erano tegole e infissi, che altro sarebbero dovuti essere? Credo di ricordare che solo sul finire degli anni '70 comparvero in Italia le prime alternative, sebbene ancora piuttosto elementari: confezioni Lego per costruire automobili, mezzi di lavoro, imbarcazioni.)

Vabbè, torniamo al "giocare alle Olimpiadi". Con i soliti amici avevamo messo in comune tutti i quadratini delle nostre collezioni di pezzi del Lego, fino ad averne un numero nell'ordine di grandezza delle centinaia. Poi, con pazienza certosina, avevamo disegnato le "casacche". Partivamo dai fogli standard di bloc notes a quadretti: l'area di due quadretti per due coincideva quasi esattamente con la superficie della base del quadratino Lego. Per ogni nazione (e allora era tutto sommato più facile, senza parecchi stati africani e soprattutto con la vecchia Urss a inglobare Paesi baltici, Ucraina, Bielorussia e tutte quelle repubbliche che finiscono in -istan) disegnavamo sette "casacche", ovvero la riproduzione della divisa delle varie squadre nazionali, con tanto di numero da 1 a 7 e di sigla.

(Seconda parentesi: tenendo conto della superficie ridotta sulla quale dovevamo disegnare, l'Italia era facile – tutto azzurro – così come Urss e Giappone – tondo rosso su fondo bianco -, Francia, Spagna e simili. Più complicati gli Usa – optammo per una stilizzazione di stelle e strisce – e gli stati con la croce nella bandiera. Decisamente difficili la Gran Bretagna – da allora so disegnare la Union Jack, ma la "casacca" veniva fuori troppo scura e con poco spazio per il numero -, il Brasile e parecchi stati africani. Una difficoltà non grafica, bensì linguistica si appalesò quando fu il turno delle "casacche" delle due Germanie: se su DDR eravamo tutti d'accordo, ci furono discussioni feroci circa la sigla per designare l'altra Germania: RFT o BRD? Siccome a sette anni si è ignoranti e tendenzialmente talebani, a nessuno venne in mente che le due sigle potessero significare la stessa cosa l'una in italiano e l'altra in tedesco, e la discussione andò avanti all'infinito a colpi di "mio papà mi ha detto che si scrive così" e "l'altro giorno in televisione ho visto che era scrittò cosà". Alla fine, mi par di ricordare, la versione definitiva venne adottata per decreto dittatoriale da Enzo e da Omar).

Una volta disegnate le "casacche", esse venivano pazientemente ritagliate una ad una e appiccicate sopra i quadratini Lego tramite un pezzetto di scotch – anch'esso, quello standard da cartoleria, largo esattamente quanto la faccia del quadratino Lego e il 2 per 2 del foglio a quadretti, e poi dicono il Disegno Intelligente – non tanto corto da non fare presa sui lati del quadratino né tanto lungo da finire sulla base inferiore del medesimo.

Con le pedine così costruite, poi, si passava a giocare. E qui, per arrivare a simulare i diversi sport, ci si sbizzarriva con la fantasia.

Innanzitutto, avevamo disegnato su grandi fogli bianchi di carta da pacco un po' di "stadi olimpici": quello per l'atletica, quello per il nuoto, il velodromo, il palazzetto per basket e pallavolo, le pedane di scherma e lotta.

(Terza parentesi: l'ho già scritto che la mamma dei fratelli Poloni gestiva una cartoleria e che pertanto non avevamo problemi di, diciamo, reperimento delle risorse?)

Poi, si definivano le regole.

Le gare di corsa e di nuoto erano le più facili come meccanismo di base: si tiravano i dadi e si faceva avanzare la pedina della propria nazione sulle caselle nelle quali erano divise le corsie (massimo della finezza: le corsie erano disegnate col pennarello rosso per l'atletica e con quello blu per il nuoto), poi tiravano gli altri, si finiva il turno e si ricominciava da capo. Chi arrivava al traguardo per primo a parità di lanci di dado vinceva. In caso di arrivo a pari merito si guardava il fotofinish, ovvero si tirava un altro giro di dadi. Certo, all'inizio, essendo la gara regolata solo dall'alea, poteva capitare che un corridore – che so – del Marocco vincesse davanti agli sprinter americani o a Borzov (impersonato dalla pedina numero uno dell'Urss, ovviamente). Siccome eravamo bambini, ma mica scemi, progettammo la nostra contromossa per rendere più efficace la simulazione: bonus di caselle ai corridori reputati più forti da spendere durante la gara a giudizio del giocatore che li manovrava (con infinite discussioni per stabilire se fosse più forte Mennea o Quarrie, Fiasconaro o Juantorena, mentre su Lasse Virén eravamo un po' tutti d'accordo, ettecrèdo). Per gli altri sport, i quali come vedremo erano simulati tramite meccanismi meno casuali, la scelta era obbligata: le nazioni più forti venivano assegnate ai giocatori più bravi (cioè quelli più grandi d'età) e via via ai più piccoli e scarsi rimanevano da scegliere le squadre meno potenti nel mondo reale. Pertanto: Enzo teneva sempre gli statunitensi, Omar i sovietici, Renato i Tedeschi dell'Est e così via. Arrivati alla scelta dell'ultimo giocatore si faceva magari qualche scambio concordato e si ricominciava da capo. In questo modo si era tutti contenti (tutto sommato anche il più scarso degli otto o dieci giocatori avrebbe avuto in gestione qualche nazionale tra le prime otto-dieci del mondo) e si poteva transitare ad altre cure, e cioè a giocare.

I lanci dell'atletica erano simulati su una pedana disegnata al centro della pista di atletica e si basavano sulla goga. Dicesi "goga" in non so che dialetto norditalico il colpo dato con il dito indice dopo averne accumulato l'energia potenziale tramite il pollice. Insomma, il colpo che si dà alla biglia. Il giocatore doveva "gogare" la sua pedina e farla scivolare senza ribaltarla e senza superare la misura massima (pena, in entrambi i casi, la nullità del lancio) lungo il triangolo graduato delle misure. Vinceva, naturalmente, chi riusciva a farla arrivare più lontano, ma – come già detto – senza farla uscire dal limite superiore del campo. Un gioco di calibratura e potenza controllata, insomma.

Gli sport di squadra erano i più diver
tenti e si basavano, oltre che sulla goga, sul gioco delle "pulci". Avete presente il gioco delle "pulci", no? No? Vabbè: si trattava di un gioco allora molto diffuso, il cui hardware era costituito da un certo numero di fiches di plastica molto piccole e sottili e da due "palette" dello stesso materiale e consistenza.

(Terza parentesi un po' nostalgica e un po' rimbambita: mioddìo, non posso davvero aver scritto che il gioco delle "pulci" era "un gioco allora molto diffuso". Gesù, Giuseppe e Maria. Temo sia evidente a tutti come, per concetto e per effettiva tecnologia, le "pulci" siano molto più vicine alla trottola e al cerchio di fine '800 che alla Playstation. Già che c'ero potevo scrivere "il giuoco delle pulci", con la u. Sarebbe stato in stile).

Il giuoco delle "pulci", allora. Con le palette bisognava pizzicare le fiches su di una superficie dura e liscia (il tavolo, per dire), farle saltare e "mangiare" le pedine avversarie coprendole in tutto o in parte con le proprie. Nella nostra simulazione del basket la superficie di gioco era, ovviamente, un campo disegnato su un foglio di carta, con le aree trapezoidali e tutto il resto. Laddove nella visione in pianta di un vero campo da basket ci sarebbero i cerchi dei canestri noi ci mettevamo due vaschettine tonde da acquarello. Ogni giocatore schierava in campo cinque pedine. Le pedine venivano mosse a goghe secondo rituali codificati. Se con una goga si fosse colpita una pedina avversaria, sarebbe stato fallo. Per passarsi la palla, costituita da una delle fiches delle "pulci", si usavano i quadratini del Lego come palette: se la palla finiva sotto la pedina di un altro giocatore della propria squadra il passaggio era riuscito, se finiva sotto una pedina avversaria era palla persa, se finiva in mezzo al campo poteva essere conquistata dalla squadra con la pedina più vicina alla palla, tramite goga a coprire. Quando un giocatore riusciva a far arrivare la palla a una propria pedina nella metà campo avversaria poteva tirare, ovvero tramite la propria pedina tentare di far schizzare la pulce nella vaschetta dell'acquarello, cioè la palla nel canestro. Infine, c'era la "schiacciata": quando un giocatore riusciva a far giungere la palla a una propria pedina smarcata, ovvero il cui segmento di congiunzione con il canestro non fosse ostruito da pedine avversarie, poteva dichiarare il tentativo di schiacciata. Poi, si prendeva la pulce, la si collocava in cima alla pedina e, sempre tramite goga, si lanciava la pedina contro il canestro: l'inerzia e la mancanza di attrito tra fiche di plastica e scotch causavano lo scivolamento spettacolare della palla nel canestro, ed erano due punti. Se così facendo però si toccava una pedina avversaria, l'arbitro fischiava sfondamento. Uno spasso.

Più complicate erano le regole di sport quali la scherma, il tiro, l'equitazione e simili. Gli ingredienti di base erano sempre un po' gli stessi, integrati tra loro secondo le molte possibili combinazioni: dadi, goghe, pulci, piste e pedane disegnate. Un esempio solo per tutti, la scherma. La pedana era una striscia lunga e stretta con due aree colorate agli estremi e in mezzo. I due contendenti dovevano collocare le loro due pedine nelle aree in fondo alla pedana. Poi, a turno, tramite goga dovevano indirizzare la propria pedina nell'area colorata in mezzo alla pedana. Facendo così, sarebbero stati "salvi". Da lì, avrebbero dovuto rigogare la pedina alla posizione iniziale. Se, ancora una volta, la pedina fosse giunta a toccare l'area colorata, tutto sarebbe ricominciato da capo, fino al primo errore di uno dei giocatori. L'errore poteva essere di due tipi: l'uscita dalla pedana oppure il mancato raggiungimento, in avanzata o in arretramento, dell'area di salvezza. Nel primo caso, la stoccata sarebbe stata assegnata automaticamente all'avversario; nel secondo, l'avversario avrebbe potuto tentare di approfittare della cattiva guardia del rivale cercando la stoccata, ovvero cercando di colpire la pedina avversaria con la propria tramite la solita goga.

Ovviamente, darei un anno di vita per poter ritrovare da qualche parte, in cima  a un armadio o in fondo a un cassettone, le pedine e i fogli con su disegnati gli stadi. Temo che mia madre, decidendo del tutto arbitrariamente che il maggiore dei suoi due figli fosse ormai troppo grande per il Lego, abbia buttato via tutto quanto in qualche pomeriggio di chissà quanti anni fa. Io, per mia fortuna, so per certo che quel pomeriggio non mi accorsi di niente. Le cose orribili della vita capitano sempre quando non te le aspetti. Ci sono casi come questo in cui, oltretutto, ti accorgi di quanto orribile sia stato ciò che ti è accaduto solo con lustri di ritardo.

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