L'INNOMINATO

È morto monsignor Zerbi, mio professore di storia medievale all'Università, discepolo di Giorgio Falco, uno dei più grandi insegnanti che io abbia mai incrociato e sicuramente il migliore a livello universitario.

Il suo aspetto – magro, allampanato, sempre in talare nera, cranio rasato, un'emiparesi che lo faceva muovere in modo impacciato e parlare con la voce flebile e tremante – lo faceva assomigliare un po' alla Morte de Il settimo sigillo di Bergman, donde la nomea stupida diffusa tra i suoi studenti che pronunciare il suo nome potesse portare sfiga, al pari dell'atto di passare in mezzo alle due colonnine poste in cima a una delle scale che dall'ambulacro della Cattolica portavano nel chiostro.

Non so se Monsignore (così veniva chiamato da chiunque, per evitare di sfidare la sorte) abbia mai saputo della superstizione che lo circondava. Sarebbe stato capace di riderne e di considerare quel soprannome persino come una testimonianza di affetto, quale in effetti forse era.

Perché a Monsignore, poi, tutti volevano bene, benché fosse un insegnante tosto e severissimo. Un bel paradosso. E forse sarà contento di sapere, ora, come quel soprannome pronunciato con un misto di terrore e devozione costituisca ancora oggi un tratto distintivo per riconoscersi tra ex studenti dell'Alma Mater, un po' come i teschi tatuati di Yale: "Con chi hai studiato storia all'università"; "Con Monsignore"; "Confratello!" (così, senza alcun bisogno di chiedere: "Monsignore? Quale monsignore?").

Infine, c'è un'altra cosa della quale mi piace pensare Monsignore ora sia a conoscenza: di come le sue parole, il suo insegnamento fondamentale sulla storia dell'idea di Europa (il miglior corso universitario che io abbia frequentato), le sue citazioni di Chabod, Lopez, Pirenne e compagnia, e persino un paio di fenomenali aneddoti sul suo conto continuino a circolare – tramite il mio lavoro di insegnante di liceo – presso i miei studenti.

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