UNO SPORCO LAVORO/72/L'ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI?

Silvia è cieca, dalla nascita. Silvia è una delle mie nuove studentesse. Terza liceo linguistico.

Silvia è seguita costantemente da due insegnanti di sostegno che si alternano ed è supportata da una tastiera in braille e da una postazione informatica che le "legge" libri e compiti a voce, e pertanto riesce – con un comprensibile sforzo del quale è giusto renderle merito – a stare dietro a tutto. All'inizio dell'anno mi hanno detto, prima che entrassi in quella classe, che Silvia è perfettamente in grado di capire tutto. Ciò significa che quando faccio battute la vedo ridere, esattamente come tutti gli altri. Ha la capacità di cogliere un calembour, o perlomeno ha la stessa identica capacità dei suoi compagni di capire che quando un professore fa una battuta è sempre meglio ridere, a prescindere. Non ha alcun tipo di difficoltà a memorizzare nomi, date, eventi, a connetterli in una linea logica, a cogliere nessi, a riferirne in buon italiano. Insomma: secondo ognuno dei tanti plausibili sensi della parola "intelligenza" si può tranquillamente dire che Silvia ne è dotata, né più né meno degli altri suoi coetanei e compagni di classe.

Però a te, a te insegnante di filosofia, ti si scombina tutto lo stesso. Ti scombina, per cominciare, tutta la serie di esempi, di metafore, di evocazioni di immagini che usi ormai da quindici anni. A cominciare dall'idea – lesson number one – che c'è niente da fare: per quanto tu possa provare a pensare il nulla, ti immagini sempre qualcosa. Il che, naturalmente, resta vero anche per chi è cieco dalla nascita, ma poi, quando in classe cominci a inanellare gli esempi consueti, ti accorgi che tutti quanti, tutti quanti, hanno a che fare con il vedere. E pensi a come debba sentirsi lei, e mentre lo pensi ti sforzi di trovare qualche esempio alternativo che prenda in considerazione qualche altro senso, e ti accorgi che fai una fatica bestiale.

Perché c'è un'altra difficoltà: i filosofi greci. Proprio loro. I quali, nessuno escluso, hanno messo in piedi tutto il baraccone del logos dentro una colossale metafora: la metafora della vista. Idea ed Eidos, per dire, cioè le due parole che per Platone e Aristotele rispettivamente indicano l'essenza delle cose afferrabile dal pensiero, sono modellate sul verbo Idein, vedere. Il logos vede quel che non è visibile agli occhi. Il logos vede. Donde, nei secoli a venire, tutta una serie di ulteriori metafore a cascata: l'Uno di Plotino che emana da sé la realtà come una luce che non può fare a meno di irradiarsi, il Dio di Agostino che illumina l'intelligibile come la luce illumina le cose ed è quindi condizione della sua comprensibilità, l'Illuminismo che si autobattezza in quel modo, cose così.

La prima cosa che ti viene in mente è che per lei, per Silvia, debba essere sgradevole starti a sentire, perché quelle metafore lì non puoi evitare di raccontarle. La seconda cosa che ti viene in mente è che probabilmente quelle metafore Silvia non le capirà mai e che ciò non avrà nulla a che fare né con le sue doti intellettuali, né con la sua voglia di imparare la filosofia e starti ad ascoltare di buon grado. Infine, ti scopri persino a pensare che per una persona cieca dalla nascita il suo stesso handicap deve essere impensabile, inimmaginabile, e che magari questo è un trucco benevolo – una volta tanto – della logica di madre natura.

Poi, ci si prova. Si rimodula. Ci si sforza, nel preparare le lezioni, di scovare nuove vie, nuove sinestesie, nuove sensazioni che possano – letteralmente – rendere l'idea. Per farlo, devi cercare di pensare di essere cieco. Devi immaginarti di non vedere. Di più: di non avere mai visto. Naturalmente, è tutto un colossale sforzo di fantasia, giacché, com'è ovvio, non posso far altro che – perlappunto – immaginarmi di essere cieco. Non posso far altro che vedere il mio ipotetico non vedere.

Credetemi: per insegnare la filosofia non ho mai pensato tanto come quest'anno.

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