GIRO D'ITALIA 2009/1/UN ALTRO DOPING

Parte oggi il Giro d'Italia e qui ci dovrebbero essere tutte le ragioni per essere contenti. Innanzitutto è il Giro d'Italia e potrebbe bastare. Poi c'è il grande ritorno di Ivan Basso alla corsa rosa. Ancora, c'è l'emozione del centenario, con un'edizione speciale dal percorso profondamente rinnovato: Alpi nella prima settimana, Appennini nell'ultima, arrivo a Roma. Sulla carta, niente a che vedere con la noia mortale del Tour, bensì una corsa che dal primo all'ultimo giorno promette grande spettacolo. Infine, la lista dei partenti è di grande qualità e comprende tutti i corridori che negli ultimi anni hanno vinto o fatto qualcosa di buono in un grande giro. In particolare sono al via i vincitori di 9 degli ultimi 10 Tour de France, di 7 degli ultimi 10 Giri d'Italia, di 3 delle ultime 4 Vuelta España e tutti i "campioni in carica" delle tre grandi corse. Ciò è tanto più significativo in un'epoca di ciclismo iperspecializzato, in cui i grandi corridori centellinano le loro corse e puntano su pochissimi obiettivi stagionali (a volte su uno solo). Qualcuno ha detto, a ragione, che questo Giro è "il campionato del mondo delle corse a tappe".

Poi, però, c'è Armstrong e la cosa mi suscita qualche preoccupazione. Al di là della mia antipatia per il personaggio e per la sconclusionatezza delle sue decisioni di rientro dopo 3 anni di inattività, ciò che proprio non mi piace è il clima che si respira attorno all'evento in sé della sua partecipazione al Giro.

Ieri sera, tornando a casa in auto dal lavoro, sentivo sul Gr di Radio2 un'intervista ad Angelo Zomegnan, organizzatore capo della corsa per conto della "Gazzetta dello Sport". Alla domanda a proposito di chi si auguri come vincitore, Zomegnan ha risposto in un modo che mi ha fatto letteralmente saltare sul sedile: "Ho un sogno a stelle e strisce".

Ora, capisco che la cosa in sé ci possa stare (fare il tifo per Armstrong, intendo) e che una dichiarazione più patriottica (sono almeno 5 o 6 gli italiani che possono aspirare con buone ragioni alla maglia rosa finale) sarebbe inevitabilmente suonata retorica e banale, ma – vivaddìo – l'intervistato non era un tifoso qualsiasi o un addetto ai lavori tra i tanti, libero di esprimere le proprie opinioni. Si sta parlando del Direttore della corsa. E va bene che viviamo in un Paese in cui l'aplomb istituzionale pare essere merce rara anche per ruoli ben più fondamentali dell'organizzazione di una corsa ciclistica a tappe, però la cosa m'è parsa ugualmente stonata. Molto.

Ho poi letto oggi Cristiano Gatti su "Il Giornale":

"Organizzatori e papaveri Rai si sono precipitati in Laguna per raccontare quant'è piaciuta sul pianeta l'idea di portare Armstrong al Centenario. C'è una pioggia di numeri effettivamente inauditi: 1104 giornalisti accreditati, audience potenziale 300 milioni di zucche, 150 Paesi coperti nei 5 continenti, 50 reti collegate, 10mila ore di trasmissione. «Ormai siamo lì col Tour», si spingono a dire i dirigenti di Stato. E aggiungono la briscola dell'ultima ora: «In extremis, il canale americano Universal ha firmato un contratto quadriennale per trasmettere il Giro negli States. Possiamo dirlo: sono stati obbligati a firmare per le pressanti richieste del pubblico»."

Se tutto ciò è smosso semplicemente dalla partecipazione di Armstrong alla corsa, è chiaro che una sua eventuale vittoria moltiplicherebbe l'hype sul Giro, facendolo crescere di un ordine di grandezza.

Intendiamoci: non sto insinuando che l'Organizzazione farà di tutto per far vincere Armstrong, ma è chiaro che una dichiarazione di simpatia così sfacciata come quella di Zomegnan non fa partire il baraccone sotto i migliori auspici. Alla fine, credo, contano sostanzialmente le gambe. Però il ciclismo degli ultimi anni ha presentato più e più volte situazioni al limite, in cui i regolamenti sono stati interpretati con una libertà ermeneutica imbarazzante: le organizzazioni delle diverse corse hanno tenuto metri differenti, a volte hanno squalificato o non fatto partire corridori solo sospettati di illeciti (e poi scagionati), mentre altre volte hanno ratificato vittorie di personaggi ben più che sospettabili (e spesso condannati), in un'anarchia giuridica francamente insopportabile e nell'incapacità della Federazione di mettere un po' d'ordine nel marasma.

Insomma, per tre anni mi sono detto che con il rientro in corsa di Basso il ciclismo sarebbe tornato a essere una cosa seria. Non vorrei dover aspettare ancora fino al secondo (e speriamo definitivo) ritiro di Armstrong, magari pure ammantato di rosa.

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