DIALOGO TRA UN CRISTIANO E UN NON SO/2

CONTINUA DALLA PRIMA PARTE.

11 maggio 2009, da Giovanni Fontana a Marco Beccaria

Caro Marco,

registro con piacere ciò su cui siamo d'accordo, sono dubitoso rispetto alla tua mancata risposta, e rigetto lo straw man argument odifreddesco. Non mi soffermo su nessuno dei tre, ma sento di doverti confessare che il piacere dell'essere d'accordo sul primo punto non è interamente genuino! La metà cattiva della mia letizia per il nostro accordo è che quell'assunto mi sembri un tuo autogol. Mi riferisco – so che sai dove andrò a parare – a quando dici che ogni "credenza senza dati" è il vero germoglio – che alcune volte fiorisce, e altre no – di un atteggiamento violento, del male dell'uomo. Sarà usata contro di te in tribunale!

Per risponderti ti prego di seguirmi, in Africa. Come sai l'ultimo genocidio della Storia si è presentato in uno dei pochi paesi africani a maggioranza cristiana (95% della popolazione), in Rwanda nel 1994, con un milione di morti – una cifra spaventosa.

C'erano preti che trucidavano bambini piangenti a bastonate, che facevano a pezzi altri essere umani a colpi di machete, che fracassavano il cranio a gente che implorava pietà. E la trovavano la cosa più Giusta da fare, in nome di Cristo. C'erano preti che si limitavano a battezzare e dire messa alle persone che di lì a poco sarebbero state uccise, perché quello era il bene più grande, senza muovere un dito per salvare la vita di quegli individui, rassegnandosi al volere di Dio. Sempre in nome di Cristo. E c'erano preti che davano alle fiamme la Bibbia – la carta era l'unico combustibile rimasto – per dare da mangiare, scaldare, o tenere fuori gli assassini; e far così sopravvivere, magari anche solo un giorno di più, quei fratelli esseri umani. Ancora una volta in nome di Cristo.

Sono felice di essere persuaso che, se avessi incontrato un prete di nome Marco Beccaria a Kigali quindici anni fa, questi avrebbe affermato categoricamente che l'unico atteggiamento cristiano, di questi tre, fosse l'ultimo – e che Don Marco si sarebbe comportato di conseguenza: bruciando bibbie e seggiolini della propria parrocchia per salvare – certamente – quei corpi, prima che – forse – quelle anime. Probabilmente ne sarei stato addirittura commosso, se ti avessi visto, sapendo quanto sei legato alla sacralità di quel testo.

Però poi, intorno al fuoco, ti avrei chiesto: «Marco amico mio, ma cosa ti dice che sei tu, davvero, a operare in nome di Cristo?». Anche quel prete col machete pensa di farlo. «Ne sei convinto? Anche lui ne è convinto». Siete pari. «Lo senti? Anche lui lo sente». Anche un kamikaze sente che Dio gli dà ragione. «C'è scritto nel Libro? No, il Libro dà torto e insieme ragione a entrambi». Per ogni parola in difesa dell'amore del prossimo ce n'è almeno una, o forse due, per l'odio del diverso. «Lo interpreta in modo banale? Dài, a fare interpretazioni ardite siete entrambi, l'uno e l'altro». Sant'Agostino era uno stupido? Eppure aveva letto il testo più di noi – sì, anche il Vangelo – e considerava la tortura degli eretici quale unica interpretazione sensata di quelle parole. Questo ti avrei chiesto.

E tu come faresti, se lo incontrassi, a dire a quel prete col machete che ha torto, che sbaglia di grosso a pensare che quello lì sia il vostro Dio?


21 maggio 2009, da Marco Beccaria a Giovanni Fontana

Caro Giovanni,

scusa se questa mia risposta s’è fatta attendere qualche giorno. Andiamo verso la fine dell’anno scolastico, puoi immaginare il consueto putiferio. Mi fa piacere che tu rigetti l’accostamento a Odifreddi come uno “straw man argument”, perché significa che anche tu percepisci Odifreddi come qualcuno che non ti corrisponde. Ne sono felice. La mia, in effetti, era una provocazione infingarda.

Ti seguo in Africa. Al netto di ogni altro discorso, mi pare che la tua obiezione sia: constatato che al mondo esistono e sono esistiti cristiani che compiono il bene e cristiani che compiono il male, come faccio a sapere che il mio comportamento (che tu, Giovanni, benevolmente immagini come orientato al bene) sia la retta interpretazione del cristianesimo, dal momento che anche la mia antitesi, il cristiano malvagio, crede di saperlo in merito alla sua?

La mia risposta forse ti deluderà per banalità, ma è la seguente: lo so perché possiedo i neuroni specchio e mi identifico nella possibile vittima dell’aggressione malvagia; lo so perché il sentimento morale di umana simpatia mi fa immaginare l’orrenda serie di sensazioni che una vittima di quelle violenze deve aver provato; lo so perché due cose riempiono il mio animo di ammirazione e venerazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me; lo so perché ragionevolmente un modo nel quale si massacri il prossimo è un mondo infinitamente peggiore di quello dove si cerchi di collaborare e – almeno – tollerarsi. Quindi l’unica interpretazione del cristianesimo (e di qualsiasi altra cosa) che mi possa interessare fare mia è un’interpretazione che corrisponda a questa serie di intuizioni/sentimenti/ragionamenti. Quel che voglio farti capire è che l’incoerenza che tu ravvisi tra i cristiani è l’incoerenza del genere umano. Potrei domandarti, di ritorno: perché tu ed io, che siamo umani, giudichiamo quegli eventi come orribili e se ci trovassimo là agiremmo diversamente e invece altri, esseri umani anch’essi, reputano sensato uccidere, stuprare, deportare, imprigionare e torturare?

Però, non voglio peccare di benaltrismo (la posizione a volte irritante di coloro che sempre, di fronte a un’obiezione, per svicolare affermano: “Il problema è ben altro!”). Ti rispondo. Constatiamo che la Bibbia ha generato e continua a generare un’infinità di interpretazioni. D’accordo. Come so che la mia interpretazione è quella autentica? La risposta è semplice: non lo so. Ma quel che è ancora più bello è che non me ne importa un granché.

Non lo so. Da amante e studioso della filosofia sono perfettamente consapevole che qualsiasi testo dischiude un orizzonte che può essere “abitato” dai suoi lettori in molti modi legittimi e in un’infinità di modi illegittimi. Mi interessa che tu riconosca almeno un fatto: la mia interpretazione della Bibbia è possibile ed è tutto sommato legittima. Sono io il primo a dirti che è limitata e fallibile. Ti dirò di più: non solo io interpreto la Bibbia in modo diverso (non del tutto, ma in parte) rispetto ad Agostino o al prete ruandese che uccide per la fede, ma – pensa un po’ – mi capita di interpretare spesso la Bibbia in disaccordo con me stesso. Ciò è senz’altro vero in un’ottica diacronica (a vent’anni pensavo che la Bibbia dicesse alcune cose che condividevo con tutto me stesso, ora la leggo diversamente da allora, condividendo ancora una volta la nuova lettura con tutto me stesso) e talvolta lo è addirittura nello stesso lasso di tempo (ovvero, rileggendo qualche passo, resto in sospeso tra due o più possibili interpretazioni entrambe a loro modo convincenti).

Non me ne importa un granché. Pe
r capire quel che voglio dire devo tornare a qualcosa che ho già scritto in un momento precedente di questo dialogo. Il cristianesimo non è l’interpretazione di un libro. Non è un codice morale dedotto da un testo. Non è la declinazione di indicazioni di comportamento prescritte da Dio all’uomo. E’ altro. E’, come già scrivevo, il racconto di una serie di eventi legati all’idea che gli uomini possano essere salvati da tutto ciò che, nelle loro vite, è miseria e dolore, in particolare dalla sofferenza, dalla loro irriducibile tendenza a combinare guai (ciò che noi chiamiamo “peccato”, con termine forse desueto) e dalla morte.

Magari sarà pure – come sospetti – una colossale illusione e un terribile inganno, ma l’illusione e l’inganno si collocano, semmai, dentro il racconto e la continuazione di quella storia e non nella supposta incoerenza o indeducibilità di un codice di comportamento ricavato da un libro.

P.S. Al prete col machete, potendo, avrei sparato. Probabilmente pentendomene poi (non credo sia bello sparare a qualcuno, a prescindere). Ma non pentendomi tanto tanto. Solo un po’. Se proprio avessi la possibilità di parlargli constatando di averlo in qualche modo messo nell’impossibilità di nuocere al prossimo, proverei a spiegargli la ragionevolezza della mia posizione. Oltre a tutte le possibili considerazioni “umane” gli citerei Cristo che perdona e ridefinisce la legge di Mosè  proprio sul punto del fatto che i peccatori meritino la morte. Gli spiegherei che la croce significa proprio questo: Dio non chiede che l’uomo muoia, ma che viva (“La gloria di Dio è l’uomo vivente”, credo si tratti di sant’Ireneo). Al punto da essere disposto a morire lui (lui Dio). Hai presente, credo, l’episodio dell’adultera (Gv, 8, 3-11). Ah, e sappi un’altra cosa: io alla Bibbia darei fuoco anche per accendere il camino di casa mia, se non avessi sotto mano altra carta, se quell’edizione non fosse troppo preziosa e se proprio facesse tanto freddo da non poter aspettare l’indomani e andare a procurarsi altra carta (che so, un giornale). Da dove ti viene l’idea che noi cattolici siamo adoratori di un libro? Semmai, quel problema potrei averlo con un’ostia consacrata (parliamone).


25 maggio 2009, da Giovanni Fontana a Marco Beccaria

Caro Marco accidenti,

se nella email precedente ti sentivo in difetto di una risposta, stavolta ti percepisco addirittura in eccedenza. Hai detto tutto tu: ci hai messo dentro anche la mia risposta, cos'altro aggiungere?

Mi sembrano addirittura più corrosivi, per la tua fede, i tuoi argomenti che i miei. Proverò, dunque, a fare abbondante uso delle tue parole: le utilizzo perché so che sono parole ben misurate, e che confidi ch'io non decontestualizzi niente al punto da modificarne il senso. Nella sfortunata eventualità che dovesse essere, correggimi.

A mia domanda su come sapessi quale fosse il giusto Cristianesimo hai risposto:

lo so perché possiedo i neuroni specchio e mi identifico nella possibile vittima dell’aggressione malvagia; lo so perché il sentimento morale di umana simpatia mi fa immaginare l’orrenda serie di sensazioni che una vittima di quelle violenze deve aver provato.

Mi sembra che tu venga a bagnare i miei fiori. Quello che dici è esattamente il fondamento di una morale laica, o – tu dirai – orfana di Dio. È il paradigma della non necessità. Addirittura i neuroni specchio, che avevo paura a tirare in ballo per mia limitata competenza. È il riconoscimento, anche scientifico, che l'Uomo senza sovrastrutture è intimamente buono: che senza delle costruzioni -come la nazionalità, la religione, il colore della pelle, la squadra di calcio – che limitino l'insieme di invidui a cui si riconosce empatia, disumanizzandone il gruppo d'appartenenza e così la "necessità empatica", quell'enormità di devastazioni causate, nel tempo, dall'uomo all'uomo, quasi si annullerebbero*.

(1)Dovremmo poi parlare dell'egoismo e di come l'offesa debba essere nell'occhio di chi guarda, ma allargheremmo troppo il campo. Confido che tu accetti tale approssimazione, almeno per ora.
 

Dunque quando dici

Quindi l’unica interpretazione del Cristianesimo (e di qualsiasi altra cosa) che mi possa interessare fare mia è un’interpretazione che corrisponda a questa serie di intuizioni/sentimenti/ragionamenti.

E di qualsiasi altra cosa.

Marco, tu non mi stai più rispondendo a cosa ritieni il Giusto Cristianesimo, ma a cosa ritieni il Giusto. E te ne sono grato.

Capisci che, adottando questo principio, si potrebbe difendere tutto, anche il Maoismo, in un'interpretazione che corrisponda a quella serie di intuizioni che elencavi più sopra, e che sono tue: intangibilità della persona, parità di diritti, eccetera. Insomma, il sistema che garantisca la maggiore felicità al maggior numero di persone: ma si dà il caso che non sia quello il Maoismo. So che questo non l'accetterai, però riconosci almeno una cosa: nel tuo impianto filosofico la tua fede cristiana o (quella nel Milan, domenica 2-0 e a casa) è soggetta all'adesione a questi principî insindacabili che vengono quindi prima.

Sembra quasi un'etichetta, se è questa che chiedi, te la concedo, ma so che non lo è.

Ti interessa che io riconosca almeno un fatto:

la mia interpretazione della Bibbia è possibile ed è tutto sommato legittima. Sono io il primo a dirti che è limitata e fallibile.

Prima di darti il dispiacere di dirti che, no, non te lo posso concedere, ti rassicuro su di una cosa, visto che siamo in tema e me lo domandavi nel post scriptum: so che tu non sei un feticista del Libro, per quanto tanti altri cristiani lo siano, ti facevo l'esempio del bruciare la Bibbia perché – come le altre due fattispecie – avevo letto di preti che in Rwanda l'avevano fatto per salvare la vita alla propria gente.

Accusavi "banale" la mia lettura del testo, in un certo senso lo è: prof, me lo insegni tu il Rasoio di Occam! Il modo in cui tu leggi i testi, decidendo di prendere alla lettera alcune cose (ama il tuo prossimo), e di ignorarne completamente altre (se tuo figlio ti disobbedisce, uccidilo)* è – diresti tu – ideologico. Perché hai deciso cosa pensare, e soltanto dopo averlo deciso tenti di piegare i testi a tale tesi.

La trovo legittima come trovo legittima l'ipotesi che non esista la forza di gravità e sia invece Allah che fa cadere ogni oggetto lasciato sospeso dagli esseri umani: assumendo alcuni concetti, e ignorandone altri, è pienamente legittimo pensarlo. Però penso, anche, che la teoria di Allah movente gli oggetti è antieconomica, è un po' arzigogolata. Ce n'è una più semplice. Sire, je n'ai pas eu besoin de cette hypothèse.

Prendiamo una cosa semplicissima, detta da Cristo: [mio omonimo 14,6] "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me". Ecco, non si può leggere in modo diverso, questa frase: un individuo di una tribù del Sud America che si comporti in modo impec
cabile non potrà avere accesso al Paradiso. C'è altro modo di leggere questa frase? No, a meno che non se ne voglia forzare il senso. Qualunque altro argomento che contempli che uno che non ha la più pallida idea di chi sia Cristo, possa andare a Dio, è abusivo. Io, ad esempio, andrò all'inferno.

Ah, inciso inutile ma necessario: ovviamente sono felicissimo della tua incoerenza, del tuo ignorare le parti che – entrambi – riteniamo abominevoli. Non sto lamentando la tua beata incoerenza, cosiccome amo quella del mio amico Amin che beve l'Alchool perché Allah sarà felice se lui è felice, lamento semmai l'inutilità di questa tua adesione.

(1) Fra l'altro è Cristo stesso a richiedere una lettura letterale: non è venuto per abolire la legge, ma anzi ogni singolo minimo precetto  – quindi anche quello di uccidere gli omossessuali – deve essere rispettato letteralmente. Anzi, chi non osserverà la legge in maniera letterale (come i farisei) andrà all'Inferno  [Mt 5, 17-20]

Al prete col machete, potendo, avrei sparato. Probabilmente pentendomene poi (non credo sia bello sparare a qualcuno, a prescindere). Ma non pentendomi tanto tanto. Solo un po’.

Lo sai, sull'immoralità del pacifismo la pensiamo allo stesso modo. È quello che avrei fatto, o avrei voluto fare io. Ne riparleremo, forse, trattando della pretesa (da me) ottusità di tutti e dieci i comandamenti.

Finisco con altre tue parole che mi scrivesti, e so di non farti torto perché me le confermasti davanti a un'acqua tonica, le riscrivo qua: mi colpirono molto perché erano un modo più incisivo di dire quello che dicevi nella prima tornata di questo scambio:

Sono sostanzialmente d’accordo con te: ogni “credenza senza dati” induce al male.

Ti contestai che non ci fosse nessun fatto o accadimento che potesse farti cambiare idea sulla tua fede, che ti facesse smettere di credere in Dio:

Certo che c'è: altrimenti, scusa, che cosa  sarebbe mai la fede? un irrigidimento spastico della volontà? una  schizofrenia nel senso clinico di vedere e sentire irresistibilmente quel  che non c'è? ha senso cianciare di fides et ratio se poi non si ammette che  sì, potrebbe accadere qualcosa che mi faccia smettere di credere in Dio?

Come t'ho detto, mi colpì molto. Per questo la ricordo. E mi sembrò un argomento-terremoto, perché faceva piazza pulita del 90% delle ragioni che avevo ascoltato, negli anni, per la fede di ciascuno. Dicevi, insomma, che "sentire" una fede non basta, anzi: sarebbe una schizofrenia clinica. Del resto milardi di persone, al mondo, "sentono" la presenza di dèi diversi, e vicendevolmente escludentesi. Non è sufficiente credere in Dio perché lo senti. Il sentire è fallace, ne abbiamo esempî a profusione come la paura: quante volte abbiamo paura per delle cose che poi si rivelano infondate? O le illusioni ottiche: sebbene percepiamo il quadrato A come più scuro del quadrato B, sono dello stesso identico colore.

Chissà quante ne potremmo aggiungere, inclusa quella dei Greci che sentivano la presenza di Zeus, e dei Vichinghi che sentivano quella di Thor, o dei Mormoni che sentono quella di Joseph Smith. D'altronde, come faceva notare un mio lettore, ci sono evidenze scientifiche che il nostro cervello possa creare un dispositivo illusorio che ci auto-inganni, pretendendo un fasullo contatto con Dio, contatto che è solamente frutto di autosuggestione.

E dunque, se non è "perché lo senti", ma esigi buoni argomenti per la tua fede, ti faccio ancora una volta quella domanda con cui ti ossessionerò: perché non credi che Maometto, l'Ultimo Profeta, sia risorto e volato in Cielo?

CONTINUA

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