REDUCTIO AD PINOCHETUM

Credo sappiate tutti che cosa si intende per Reductio ad Hitlerum: è il nome maccheronico di quell'espediente retorico piuttosto stucchevole, ma molto frequente soprattutto nelle discussioni online, con il quale si tenta di mettere a tacere l'interlocutore affermando che la sua visione è identica (prodromo, premessa, analogicamente equiparabile, pericolosamente simile) a ciò che Hitler o più in generale i nazisti hanno detto o fatto.

Esiste un espediente retorico denominabile per analogia Reductio ad Pinochetum, che intercorre spesso nelle discussioni a proposito di chiesa, cristianesimo e religione in generale. Usato spesso da chi si professa ateo o anticlericale, ha come obiettivo la figura di Giovanni Paolo II. Prima o poi, parlando del papa proclamato venerabile dal suo successore pochi giorni fa, i suoi detrattori ci arrivano immancabilmente: Giovanni Paolo II è il papa che ha benedetto Pinochet, il sanguinario dittatore cileno, comparendo con lui sul balcone del palazzo presidenziale di Santiago del Cile nel 1987. Una macchia indelebile sulla presunta santità di quel papa, a giudizio di molti.

Oggi Sandro Magister, vaticanista de "L'Espresso", cita sul suo blog un'intervista de "L'Osservatore Romano" al cardinale Roberto Tucci, a quell'epoca organizzatore dei viaggi papali, il quale, tra le tante cose interessanti che spiegano molto della personalità del papa polacco, dà una sua versione di quanto accaduto nel palazzo della Moneda:

"Come dimenticare poi il volto di Wojtyla quando si accorse del tiro che gli giocò Pinochet durante il viaggio in Cile nel 1987? Lo fece affacciare con lui al balcone del palazzo presidenziale, contro la sua volontà. Ci prese tutti in giro. Noi del seguito fummo fatti accomodare in un salottino in attesa del colloquio privato. Secondo i patti – che avevo concordato su precisa disposizione del Papa – Giovanni Paolo II e il presidente non si sarebbero affacciati per salutare la folla. Wojtyla era molto critico nei confronti del dittatore cileno e non voleva apparire accanto a lui. Io tenevo sempre d'occhio l'unica porta che collegava il salottino, dove eravamo noi del seguito, alla stanza nella quale erano il Papa e Pinochet. Ma con una mossa studiata li fecero uscire da un'altra porta. Passarono davanti a una grande tenda nera chiusa – ci raccontò poi il Papa furioso – e Pinochet fece fermare lì Giovanni Paolo II, come se dovesse mostrargli qualcosa. La tenda fu aperta di colpo e il Pontefice si ritrovò davanti il balcone aperto sulla piazza gremita di gente. Non poté ritrarsi, ma ricordo che quando si congedò da Pinochet lo gelò con lo sguardo. Alfonsín, in Argentina, fu più rispettoso, e non pretese assolutamente di comparire al suo fianco. In Africa invece re, dittatori e governanti corrotti lo tiravano da tutte le parti per sfruttarne l'immagine. Lui lo sapeva, ma era uno scotto da pagare per incontrare la gente. Ne era addolorato, ma sopportava. Con noi poi si sfogava. E quando parlava non risparmiava le denunce."

La testimonianza è significativa non solo per l'autorevolezza del testimone oculare, benché di parte, ma soprattutto perché permette di reinterpretare quell'episodio in modo più convincente rispetto al costante magistero "politico" di Giovanni Paolo II, orientato nella sua totalità alla denuncia della dittatura e del conculcamento delle libertà.

Restano scandalose per la logica del mondo, invece, le parole di conciliazione e di richiesta di perdono che il papa pronunciò a proposito di Pinochet quando questi fu rovesciato dalla rinascita democratica cilena, poco dopo quella visita del 1987 (e forse, in parte, anche grazie a essa). Ed è bene che così sia.

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