PROGRAMMARE LA RESISTENZA

Oggi "la Repubblica" ha pubblicato la notizia bomba, facendola deflagrare nel clima ancora ubriaco, ipereccitato e per molti dolente del dopo elezioni: il ministero berlusconiano dell'Istruzione ha cancellato la Resistenza dai programmi di storia dei licei italiani prossimi venturi, quelli che saranno normati dalla cosiddetta "riforma Gelmini". Orrore e raccapriccio! Scandalo! Allarme democratico! Fascisti! Ora e sempre Resistenza!

A nulla sono valse le precisazioni un po' stupite da tanto clamore e un po' maldestre di Max Bruschi, consigliere del Ministero interpellato da "la Repubblica". Alla precisazione che, sì, la Resistenza è ovviamente inclusa implicitamente sotto la dicitura "Formazione e tappe dell'Italia Repubblicana", il cronista risponde con amara ironia: "Ovvio, no?".

In mattinata sui social network che frequento è stato il tema di gran lunga più discusso, perlopiù con commenti improntati ad analogo scandalo: trovate esempi di tali discussioni qui, qui, ancora qui, qui e anche qui. Cinque thread in una mattinata solo tra i pochi feed cui sono iscritto o commentati da miei contatti.

Vale forse la pena di precisare un paio di cose.

La prima è che la riforma Gelmini non "cancellerà" un bel niente dai programmi scolastici dei licei italiani per il semplice motivo che i programmi ministeriali non esistono più dai tempi del ministro Berlinguer, ovvero da almeno 15 anni. Nell'ambito della "scuola dell'autonomia", concezione ereditata senza cambiamenti dai successivi ministri di centrosinistra così come di centrodestra, dal Ministero non arrivano più "programmi", ma al massimo indicazioni (per esempio quella relativa al fatto che l'ultimo anno di studio della storia nella scuola superiore debba essere dedicato al Novecento) che spetta poi alle singole scuole e ai singoli docenti modulare in programmi dettagliati da presentare di anno in anno e che tengano conto della concreta situazione della scuola, del territorio, degli studenti e, se vogliamo, del docente stesso e delle sue competenze professionali.

La seconda è che, per loro natura (e per fortuna) i programmi ministeriali, anche quando esistevano davvero, non sono stati mai più che generiche indicazioni di argomenti, da sviluppare e integrare da parte del docente, forte della sua professionalità e del principio costituzionale della libertà d'insegnamento. Tanto per fare qualche esempio legato alle materie che insegno, il programma di filosofia per il liceo Classico prevedeva, in relazione a Platone, nient'altro che la dicitura "L'idea platonica. La reminiscenza.". Fine. Niente dottrina sull'anima, niente Demiurgo, niente dualismo materiale-immateriale e, a maggior ragione, niente "dottrine non scritte", niente rapporto mito-logos, niente dottrina dell'eros. Per quanto concerne Aristotele, nessun accenno alla logica (se non un vago "L'universale") o alla poetica. Nessun accenno a Pascal nel programma di quarta, né all'Illuminismo. Lo ripeto, nel caso non foste attenti: nessun cenno all'Illuminismo. Niente di niente, non un autore, né un concetto, né una menzione del movimento in sé. In quinta, e si parla di programmi formalmente validi fino al 1997, totale assenza della benché minima menzione a Wittgenstein, Heidegger, filosofia ermeneutica, filosofia analitica, strutturalismo. E come se non bastasse: Nietzsche, questo sconosciuto. Controllare per credere. Passando a storia, si scopre che la Resistenza, effettivamente, era menzionata, benché con l'iniziale minuscola: "La resistenza, la lotta di liberazione, la Costituzione della Repubblica italiana". Però, e la cosa può sembrare invero sorprendente, le due guerre mondiali sono indicate in nessun altro modo che così: "Le due guerre mondiali". E, ancora più sconcertante, non vengono in alcun modo nominati il Fascismo, il Nazismo, la Rivoluzione russa, la Shoa. Non so se avete capito, anche in questo caso lo ripeto: non vengono in alcun modo nominati il Fascismo, il Nazismo, la Rivoluzione russa, la Shoa. Se non ci credete, verificate pure.

Che cosa succedeva dunque nei licei italiani durante gli anni '90? E negli anni '80? Centinaia di migliaia di studenti sono stati educati nella totale ignoranza di Voltaire e Goebbels, del Simposio e di Lenin, dell'argomento pascaliano del pari e della marcia su Roma, dell'Übermensch e di Auschwitz? Nient'affatto. Io che nei licei ci ho studiato negli anni '80 e ci ho insegnato a cominciare dai '90 ho, ovviamente, avuto un'insegnante di filosofia e storia che mi ha spiegato tutto ciò che ho elencato e molto altro di cui in quelle poche righe di programma non c'è alcuna traccia e, a mia volta, ho insegnato quello e altro ai miei studenti. Mi è capitato talvolta, ancora nella prima metà degli anni '90, di trovare – in qualità di commissario esterno di Maturità – programmi di storia e filosofia inadeguati per problemi di tempo o per irregolarità della presenza del docente durante l'anno scolastico. Programmi incompiuti più che incompleti. Spesso in storia si arrivava alla Seconda guerra mondiale o poco più in là. Una sola volta, in una classe che aveva avuto una lunga e travagliata storia di supplenze, ebbi a che fare con programmi che arrivavano rispettivamente a Nietzsche e alla Prima guerra mondiale. Però ciò che era stato trattato era stato svolto in modo del tutto adeguato e ben più diffuso di ciò che il programma ministeriale, allora ancora vigente, prescriveva. Dal ripetersi di episodi simili a livello nazionale scaturì l'indicazione di Berlinguer a proposito della necessità di dedicare l'ultimo anno esclusivamente alla storia del Novecento, cui da allora i docenti, dopo qualche comprensibile difficoltà di adattamento nei primi anni, si sono attenuti abbastanza scrupolosamente. In tutti i licei d'Italia si insegna la Resistenza (e Pascal, e l'Illuminismo, e il Fascismo, e la Shoa) perché è una prassi lungamente consolidata, sviluppatasi in totale indipendenza dalle scarne indicazioni ministeriali del passato, che questo volevano essere e non altro: scarne indicazioni di massima. Ed è del tutto opportuno che così sia: l'idea che un Ministero decreti nel dettaglio di che cosa si debbano occupare i programmi scolastici, quello sì sarebbe un passo deciso verso l'illiberalità. Già, perché detto o convenuto che io debba insegnare la Resistenza, in base a quali criteri storiografici dovrò poi insegnarla? Quale delle numerose interpretazioni in conflitto dovrò presentare? De Felice sì o no? E Pavone? E Pansa? Chi stabilisce che cosa va bene e che cosa no, che cosa è opportuno e che cosa va evitato? Devo parlare o no dei negazionisti della Shoa? È giusto vietare che ne parli? E se ne volessi parlare per criticarli? Non se ne esce senza dare fiducia alla libertà e alla responsabilità delle migliaia di docenti che, da anni e dopo una certa selezione, se ne occupano. Oltretutto, la storiografia e la storia della filosofia si muovono parecchio più velocemente dei moloch ministeriali. Chissà se e quando
Gadamer, Derrida o Severino verranno inseriti nei programmi ministeriali. Io però ne parlo già ai miei studenti da anni, in forza della mia professionalità e del mio giudizio di opportunità, nient'affatto straordinari nel novero dei miei colleghi. Dovessimo aspettare la Gelmini o chi per lei, buonanotte (e non perché è la Gelmini, credo sia chiaro).

Insomma, di questo e non di altro si parla. Nessun pericolo, nessun allarme. Tutto continuerà ad andare come sempre, al netto di un po' di casino in risposta alla perdita di qualche assessore regionale. Tranquilli, non siamo all'allarme democratico né alla vigilia dell'avvento degli scherani del Grande Fratello capaci di imporre alle generazioni future lo studio di una sorta di orwelliana Neostoria. Gridare "All'armi son fascisti!" può essere entusiasmante o perfino consolante e contribuire a serrare file al momento un po' sparpagliate. Basta non pretendere che ciò che si dice abbia un fondamento di realtà nella vita quotidiana della scuola italiana presente e futura.

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