Il Tasso del Tasso del Tasso

Oggi, su un social network che frequento con una certa assiduità, sono sbroccato. Causa dello sbrocco, oltretutto in un thread aperto da un amico sacerdote che non si meritava il mio turpiloquio, è stata Paola Mastrocola, la scrittrice/professoressa che, avendo un libro in uscita, ultimamente è in tour promozionale un po’ dappertutto. La discussione è cominciata a proposito di un articolo che il quotidiano “Avvenire” ha dedicato al suo libro, per poi continuare attorno all’intervista fattale da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” domenica scorsa.

E’ dopo aver visto il video qui sopra che sono sbroccato. Riporto lo sbrocco per chi non avesse voglia di leggersi tutto il thread originale:

Santiddìo, l’intervista da Fazio. La depressione. I luoghi comuni. Le materie scientifiche di moda mentre invece le lettere no. Studio versus “consumismo”. Studio versus divertimento. I genitori che portano i figli a sciare, i buzzurri. La coda all’outlet di Serravalle Scrivia. L’allievo a casa non apre un libro. L’amichetto. Il motorino. La discoteca. Siamo troppo ricchi. Ah che bello essere poveri ma secchioni. Ah i bei tempi andati. Ah la tauromachia. In confronto Fazio, che tenta disperatamente di farle dire qualcosa di sensato e di un po’ entusiasmante nei confronti della scuola, è un gigante del pensiero.

“Se fanno la coda per comprare i vestitini come faccio a fare Torquato Tasso?”. Ma perché perché perché?

Lei spazzerebbe via tutto, lei. Tutto, tranne lei stessa, si capisce. Mavaffanculo.

Poi, dopo qualche minuto, un po’ per scusarmi con Nat, un po’ per spiegarmi meglio con chi non aveva ben capito le ragioni della mia incazzatura, ho provato ad articolare come segue:

Penso che il modo in cui la Mastrocola si pone nei confronti del suo e mio mestiere sia superficiale e sciatto, basato com’è sul rimpianto di un’età dell’oro che non è mai esistita e su una considerazione del lavoro degli insegnanti quantomeno qualunquista. La mia, ovviamente, non è affatto una “difesa dei ciucci”, al contrario. So benissimo che, come dice la Mastrocola, studiare è faticoso, non fosse altro perché ben prima che pretenderlo dai miei studenti è attività che pratico io stesso, anzi è l’attività che costituisce l’80% del mio lavoro. Ciò che non mi piace per niente è quell’idea lamentosa – molto Eleonora Duse, mancano solo le tende cui aggrapparsi – che ipso facto faticoso significhi non gratificante, dalla quale deriva pure – e la Mastrocola fa finta di non accorgersene – la bizzarra qualifica di noi insegnanti e dei non pochi studenti cui studiare piace come disadattati, nerd, sfigati, quando non masochisti (anche se poi, nemmeno tanto nascostamente, tutta la posizione della Mastrocola è tenuta su dalla visione sostanzialmente un po’ fascista di una scuola per pochi eletti, quelli che sanno fare la fatica vera e trasformarla in marmo pregiato in virtù di chissà quale dono di natura, superpotere, alterazione del metabolismo, talento conferito dagli dei. Una visione della scuola che sembra ignorare, e di fatto ignora, tutto quel che ci è successo da quarant’anni almeno in qua). La verità (ed è una verità che deriva dalla mia esperienza di insegnante) è che come tante altre attività umane (dall’andare in bicicletta all’organizzare una cena con gli amici, dal visitare un museo al fare un viaggio negli USA) studiare è sì faticoso, ma è – può essere – anche molto divertente, gratificante, significativo. E non per una sparuta minoranza di “deviati” o “eletti”, ma proprio per tutti, perché la felicità che scaturisce dal conoscere è uno dei tratti caratterizzanti della natura umana. Insomma, tra la Mastrocola e Aristotele, sto con Aristotele. Certo: per appassionarsi alla conoscenza, in qualsiasi settore, uno degli elementi decisivi è avere bravi insegnanti, appassionati, professionali, che sappiano interessare e coinvolgere. “A queste condizioni come faccio a spiegare Tasso” non può essere – non può, non può, cazzo – essere la frase buttata lì retoricamente e con fare snob in un’intervista per autoassolversi e solleticare l’analogo snobismo dei futuri acquirenti del proprio libro. Dovrebbe essere il punto di partenza professionale di ogni insegnante, il requisito minimo per non andare poi in classe a rubare uno stipendio. Il resto della mia insopportazione deriva, infine, dalla sciatteria a livello di pensiero e di parola con la quale, ovunque, la Mastrocola sostiene queste sue detestabili idee. Ma tutto sommato quest’ultimo fattore è secondario.

E infine, in risposta all’obiezione circa il fatto che la Mastrocola non escluda che la fatica dello studio possa essere fonte di soddisfazioni:

Ella s’arrende all’ineluttabile, dice, ma se osservata da vicino la sua resa non è quella onorevole e rispettabile di chi ha lottato e ha perso contro forze soverchianti, bensì una resa senza sforzo, senza perdite, senza sporcarsi le mani, consumata a là Marie Antoinette, lassù, nell’empireo, mentre di sotto la plebaglia prende la Bastiglia. Ella non spiega (non vuole, non può, non sa, non risponde) come cerchi di rendere effettiva quella possibilità. Non gliel’ho mai sentito dire, né ne ho mai letto. Non una volta s’è soffermata sui tentativi di rendere interessante quel che è pagata per rendere interessante. E’ sempre tutto un lamento, uno gnegne, un signora mia.

Va detto che dopo gli sbrocchi, in genere, ci si sente sollevati e stranamente sereni.

Nota: chi non cogliesse il senso del titolo di questo post guardi il filmato qui sotto e tutto gli sarà chiaro.

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3 risposte a Il Tasso del Tasso del Tasso

  1. Max ha detto:

    Tutto vero, tutto bello.
    Però il concetto di “studio che comporta fatica ma anche gratificazione”, teoricamente ineccepibile, nella pratica si riscontra, quando va bene, in un 20% dei casi.
    Ed allora anche il resto del discorso perde un po’ di forza.

    Ciao, Max.

  2. Il fatto è che quella percentuale, quale che sia, non è fissa per decreto dei Troni e delle Dominazioni. E’ variabile, e in gran parte dipende da te insegnante. E certamente dipende *anche* da te insegnante.

  3. Pingback: Elogio del somaro « Multifinder

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