Il grado zero della Resistenza

Mio nonno Giuseppe, classe 1909, morto l’anno scorso a 101 anni, cominciò a lavorare da muratore quando era bambino. Viveva per tutta la settimana in uno stanzone in corso San Gottardo, a Milano, insieme non solo ai suoi fratelli e al padre, ma a una decina di altri compaesani di Casorate Primo, provincia di Pavia. Cenavano tutti insieme mettendo su un pentolone di minestra da cui attingevano con le scodelle. Sorbivano la minestra inzuppandoci il pane, seduti per terra o sulle brande o su qualche cassetta della frutta recuperata in giro. Il sabato sera, dopo 70 ore di lavoro settimanali, prendevano tutti la bicicletta e tornavano a casa, una ventina di chilometri lungo il naviglio. Poi, il lunedì mattina tornavano, sempre pedalando.

Mio nonno Giuseppe era quasi completamente sordo, la qual cosa gli risparmiò il peggio che a un italiano comune di quell’età potesse capitare tra il 1940 e il 1945: la chiamata alle armi per la Russia, per l’Africa, per difendere il territorio italiano, a seconda della dislocazione geografica, dal nemico angloamericano o dal tedesco invasore. Ormai trentenne, durante la guerra mio nonno continuava a fare quello che aveva sempre fatto, il muratore a Milano, pedalando tutte le mattine, prendendo ferie solo a Capodanno, Pasqua, Ferragosto e Natale e, talvolta, la domenica, sempre che non fosse aperto un cantiere importante o che richiedesse lavori urgenti. Non era fascista, mio nonno, ma non era nemmeno antifascista militante, di quelli da fazzoletto al collo. Faceva parte di quella che De Felice avrebbe chiamato “la zona grigia”. Era del tutto disinteressato a quel che s’agitava per le strade e sui colli, ai rossi e ai neri che stavano insanguinando il Novecento, alle ragioni e ai torti delle parti in guerra. Certo, la guerra non gli piaceva affatto, ma la prendeva come una fatalità e, anche se è un po’ cinico pensarlo, un’opportunità: più le bombe tirano giù, più c’è da costruire, e con calma e rassegnazione ancestrali pedalava e lavorava, lavorava e pedalava. Badava a sopravvivere in quei tempi grami facendo il suo e passando sottotraccia, per quel che poteva, come milioni di altri italiani.

Mio nonno Giuseppe sapeva poche cose. Aveva fatto la seconda elementare e poi basta, c’era da lavorare. Nemmeno era in grado di capire quel che stava accadendo, se non con quel po’ di intuito di cui certo era dotato. Dalle sue parti non c’erano state grandi contrapposizioni, il fascismo era stato una specie di sfondo che aveva lasciato intatti i ritmi consueti del mondo agricolo della bassa milanese, non aveva mai conosciuto antifascisti né, negli anni più tragici, partigiani o repubblichini. Di Casorate Primo, provincia di Pavia, sembrava interessare poco a tutti. Lì non c’erano complessi industriali, di bombe non ne cadevano. Anche i ponti sul Po e sul Ticino erano abbastanza lontani. Una cosa, però, mio nonno sapeva perfettamente: per stare al mondo occorre lavorare. Le cose non si costruiscono da sole. Lasciate a se stesse, si scassano. E allora, con tanta pazienza, procurava di che vivere serene alla moglie e alla figlioletta, nata nell’aprile del ’44, mia madre. Lavorava e pedalava. Pedalava e lavorava.

Mio nonno Giuseppe, nel ’44, quasi tutte le mattine, quando s’alzava e prendeva la bicicletta e cominciava a pedalare lungo quella strada dritta e fiancheggiata dal naviglio e dai pioppi che porta da Pavia a Milano, vedeva uno spettacolo indimenticabile e che, in effetti, non dimenticò mai, fino alla fine, e che raccontò più e più volte al nipote curioso di storie che ero poi io: lo spettacolo di Milano in fiamme, col suo profilo lacero sullo sfondo rosso del cielo dipinto dagli incendi delle bombe angloamericane. Non li odiava, lui, gli angloamericani. Ne aveva un po’ paura, quello sì. Era un uomo semplice, mio nonno, ma non era mica un cretino. Sapeva benissimo che là, in mezzo a quegli incendi e a quelle bombe, lui ci sarebbe dovuto andare e stare per le successive 12 ore, a lavorare nei cantieri, a rimuovere le macerie e poi a ricostruire, ma che altro avrebbe dovuto fare, dopotutto? E allora, godendosi lo spettacolo terribile e sublime e canticchiando per farsi quel po’ di coraggio, pedalava e pedalava.

Fin quando una mattina mio nonno Giuseppe, lungo la strada dritta che porta da Pavia a Milano, si imbattè in un camion militare tedesco. Era messo di traverso per la strada. Sul camion stavano seduti, zitti e con la testa bassa, dei tizi vestiti in borghese, che mio nonno riconobbe: lavoratori come lui, tutta gente che sapeva e faceva quel che sapeva e faceva lui. Tutta gente che pedalava e lavorava, insomma. Ai piedi del camion, invece, c’erano dei soldati tedeschi coi mitra tra le mani. Sorvegliavano la strada e avevano l’ordine, capì poco dopo mio nonno, di fermare tutti quelli che passavano di là e di caricarli sul camion per portarli chissà dove, quasi certamente a lavorare da qualche parte, forse a Milano, forse in Germania, per sostenere, volenti o più probabilmente nolenti, l’ultimo disperato sforzo bellico del Reich sedicente millenario che invece si stava squagliando al calore delle bombe angloamericane e sotto l’alito delle orde sovietiche in marcia verso il Brandeburgo. Mio nonno si fermò, buttò la bicicletta in un fosso, senza eroismi né resistenze si lasciò caricare sul camion. Il camion partì poco dopo in direzione di Milano.

Qualche minuto dopo, raccontava mio nonno, in cielo si sentì (e lo sentì anche lui, che pure era quasi completamente sordo) il rumore squillante del Pippo, il caccia americano che chissà perché veniva chiamato così e che batteva in lungo e in largo la pianura padana i cui cieli erano ormai sotto il controllo totale degli angloamericani. Era alla ricerca di convogli da mitragliare a terra e quel camion, grigio scuro sulla ghiaia bianca di quella strada dritta, era un bersaglio fin troppo facile. Mio nonno non capiva il tedesco, ma intuì dalle grida dei soldati di cui era prigioniero che l’ordine era di saltare tutti giù dal camion e di buttarsi nel fosso. Ancora una volta, con fatalismo, obbedì insieme a tutti gli altri rastrellati. Tutti, soldati e civili, si acquattarono nell’erba fresca del canale a lato della strada, con le mani sulla testa, sperando che le mitragliatrici del caccia badassero a centrare il camion e che qualche proiettile non trovasse la via – dritta o di rimbalzo – per beccarli. Il caccia passò, mitragliò, ripassò, rimitragliò.

Mio nonno, che non era antifascista e che poco si curava dei rossi e dei neri che ai suoi occhi di muratore lombardo sembravano tutti matti, aveva però ben chiara una cosa: lavorare per sé e per far andare avanti la propria famiglia è una cosa, essere costretto a lavorare per altri che ti obbligano coi mitra è un’altra. La prima cosa è giusta e buona e vale tutta la fatica, tanta, del pedalare e del lavorare anche là dove cadono le bombe, la seconda cosa è cattiva e ingiusta, c’è poco da girarci intorno. Fu per quello che mio nonno, vedendo con la coda dell’occhio i soldati tedeschi buttati nel fosso con la testa tra le mani, decise che quello era il momento opportuno e balzò in piedi e si mise a correre, fuori dal fosso e poi per i campi, a perdifiato, senza mai voltarsi, col rumore squillante del Pippo e il crepitio dei suoi colpi attutiti nelle orecchie sorde, e ancor più forte il battito del cuore e lo sbanfare del fiato pur allenato da tanto pedalare e lavorare, lavorare e pedalare.

Quando capì che ormai aveva messo qualche centinaio di metri tra sé e il camion e che il Pippo non s’era curato di lui, si buttò dietro a un pioppo, riprese fiato e solo allora si voltò. Vide il Pippo cabrare e andarsene lontano, i soldati rialzarsi e riprendere a gridare imbracciando i mitra, i suoi ormai ex compagni di prigionia risalire sul camion con la stessa rassegnazione che fino a poco prima era anche la sua. Nessuno s’era accorto che lui fosse fuggito. Il camion – che nonostante le raffiche del Pippo non aveva subito danni – ripartì verso Milano. Lui aspettò una buona mezz’ora, poi tornò verso la strada, la ripercorse a piedi fino al luogo dove aveva buttato la bicicletta, la riprese e, per la prima e ultima volta nella vita, decise di prendersi un giorno di ferie straordinarie, voltò la schiena a Milano e se ne ritornò pedalando al paese.

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4 risposte a Il grado zero della Resistenza

  1. Nemo ha detto:

    Meraviglioso…

  2. claramarina ha detto:

    sai che mio nonno – quasi coetaneo- in molte cose era uguale. e il suo primo pensiero erano i suoi figli. mia mamma in particolare, che era femmina, e a cui voleva assicurare un futuro migliore rispetto al fare la mondina o al lavorare in filanda ( e ci è riuscito, mia mamma si è diplomata e ha lavorato in grandi aziende). Poi vabbeh mio nonno era comunista ” di fede” come gli piaceva definirsi. e neppure lui aveva fatto la guerra (forse era l’ennesimo di molti figli). ma la stoffa era quella. anche mio nonno avrebbe fatto così.
    complimenti come sempre un bel racconto. ciao!!!

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