A Dio Senza Livore (trustori)

Overture

Il prologo della storia che segue lo trovate qui e qui, e risale a – ormai – cinque anni fa. È un prologo fatto di digital divide e di ingegnose soluzioni, di imprenditori privati capaci di fiutare un affare e fare un sacco di soldi, migliorando al contempo la vita ai loro clienti felici di darglieli, quei soldi.

Va detto anche che da un paio d’anni avevo trasferito la linea di casa a Pianello, in campagna, da Telecom a TeleTu, salvo poi meditare sul fatto che, tra cellulari, trasferimento invernale a Milano e ADSL via ponte radio, quei 27 e rotti euro mensili pagati per la linea fissa erano diventati una spesa superflua.

Un’avvertenza: la storia che segue è lunga. L’ho divisa in capitoli. Potete leggerli anche uno alla volta. O anche non leggerla affatto. Io so che dovevo scriverla.

Capitolo primo o di come, sventuratamente, risposi

Un giorno dello scorso settembre ricevo una telefonata commerciale da un call center che lavora per Telecom. Il ragazzo è garrulo, allegro, comunica bene e mi chiede se intendo rientrare con Telecom. Dico di no, che sto bene così, che anzi sto pensando di disdire del tutto la linea telefonica fissa, quand’ecco che il garrulo pronuncia la magica sigla: “ADSL”. Io dico “Oibò. Quindi mi sta dicendo che avete finalmente portato Alice a Pianello”. E lui: “Certo che sì, son qui precisamente a dirle ciò”. E io, di nuovo: “Oibò”.

L’offerta, che a quel punto il garrulo mi espone nel dettaglio, è allettante. Per soli 19,95 € – promozione riservata ai figliuoli prodighi che tornano da mamma Telecom – mi vengono offerte telefonate a volontà incluse nel prezzo e, soprattutto, ADSL Alice. Oltretutto, fortunello che sono, l’offerta dovrebbe valere solo per i primi tot mesi fino ad aprile 2012, ma, oda oda, per me e solo per me il prezzo sarà bloccato a 19,95 € PER SEMPRE. In pratica: un risparmio di 8 € al mese e IN PIÙ l’ADSL veloce. Dico: “Ok, facciamolo”. Al garrulo non pare vero e avvia la registrazione/contratto. Tutto fila liscio, lui sciorina dettagli tecnici e commerciali, io rispondo ammodo come da istruzioni ricevute. Finita la registrazione, il garrulo aggiunge però – nel momento precedente il commiato – una precisazione, con l’aria allegra e svagata di chi, càpita, se ne è ricordato lì per lì e, dato che ormai siamo in confidenza, anzi si può dire amichetti, ce ne rende edotti: “Ah, per la precisione, la linea ADSL che le verrà attivata sarà quella denominata ‘Progetto Anti Digital Divide’ e garantisce di navigare fino a 640 Kbps e trasmettere fino a 256 Kbps”.

Gelo. Io so di sapere benissimo che cosa sono il Progetto Anti Digital Divide di Telecom e la cosiddetta “MiniADSL” che esso fornisce. È attivo già in un paio di paesi dei dintorni. Quasi tutti se ne lamentano. Praticamente, un decimo di banda in download rispetto all’ADSL standard. Una roba che chiamarla “Anti Digital Divide” non si capisce se sia più ironico, ingenuo o truffaldino. Ma soprattutto, il garrulo m’aveva fin lì venduto altro. Glielo faccio notare, lui fa lo gnorri, fa finta di non capire che 640 Kbps – dato che lui mi ripete più volte con l’aria di star descrivendo una squisitezza riservata a pochi fortunati – sono una schifezza, un minus, una roba che ho già moltiplicata per almeno tre con la mia ADSL via radio.

Intanto però, mentre bonariamente tento di far capire il mio punto al garrulo (penso – forse ingenuamente – che realmente non capisca e non che sia né più né meno un truffatore da fiera di paese) faccio due conti mentali. Concludo che mi converrebbe ugualmente, anche solo per pagare di meno la linea telefonica. In più avrei una linea flat compresa nel prezzo, qualcosa ci farò, sarebbe stata meglio un’ADSL vera, ma tant’è. Chiudo la telefonata e decido di attende fiducioso che i tecnici di Telecom, come spiegatomi dal garrulo, mi contattino per venire a portarmi il modem Alice, compreso nell’offerta, e attivare la linea.

Capitolo secondo o di come Telecom, al pari di Hegel, non abbia paura della contraddizione

Viene ottobre e mi trasferisco per svernare a Milano, come ormai da tre anni a questa parte. Telecom non mi richiama per tutto il mese, né per il mese successivo. Io mi dimentico di tutto e non sollecito. Finalmente, a inizio dicembre, una telefonata. Ovviamente non è il garrulo, ma una donna, la quale mi  informa del fatto che ci sono stati problemi per il rientro in quanto “hanno scoperto” che la linea per la quale l’ho chiesto era, prima di andarmene da Telecom, una ISDN e “non glielo avevo detto” (“glielo” a loro Telecom). Un gigantesco “Meh” si dipinge sul mio volto e un portentoso “Embe’” mi esce dal sen, attraversa le linee telefoniche e si deposita nelle orecchie della tizia. La quale risponde: “Dobbiamo rifare la registrazione/contratto specificando che trattasi di ISDN”. Io dico “Vabbuo’”. Facciamo le prove: la tizia mi legge le condizioni proposte. Ho due sorprese, una bella e una brutta. Quella bella è che la tizia ribadisce – più e più volte anche dietro mia precisa e reiterata domanda, che l’offerta è per Alice ADSL 7 mega, quella vera. Niente MiniADSL Anti Digital Divide, insomma. “Ma è sicura sicura sicura?” “Certo che sono sicura” “No, perché il suo collega…” “Sono sicura”. Bene. Quella brutta è che non si fa più menzione del fatto che, dopo i primi mesi, il prezzo dell’offerta rimarrà fissato a 19,95 €. Salirà a 37 € e rotti al mese da aprile 2012. Eccheccazzo. Dall’idea di un risparmio di 8 € al mese passo alla prospettiva di un aggravio di spesa di 10 € al mese. Non bene. Glielo faccio notare. La tizia sbotta contro il collega, quello garrulo. Dice che ‘sti ragazzini farebbero di tutto per piazzare un contratto e lavorare così è scorretto. Insomma, dà al garrulo – suo collega – del truffatore. Io le faccio notare che è un bel problema per l’azienda. Lei non fa neanche un plissé e cerca la mia solidarietà contro il collega pataccaro.

In conclusione, però, anche a questo giro ci casco. Stavolta a fregarmi – scemo che sono – è la ripetuta assicurazione dell’ADSL vera, Alice 7 mega. Glielo chiedo un’altra volta. “Sicura sicura sicura sicura?” “Sicura”. Bon, accetto. Rifacciamo la registrazione/contratto. La tizia dice come la volta precedente che mi contatteranno i tecnici e bla bla bla. Io, che sono scemo di default ma ho rari barlumi di lucidità, le spiego che adesso e per un po’ non risiedo nella casa dove va attivata la linea e installato il modem e che, quindi, è necessario che i tecnici mi avvisino almeno con 24 ore di anticipo perché possa organizzarmi e farmi trovare in loco. La tizia, con l’aria di chi ha appena sentito rimarcare un’ovvietà e quasi offesa che io abbia potuto pensare che loro pensassero che io pensassi che ci fosse bisogno di rimarcare l’ovvietà medesima, mi tranquillizza dicendo che nonnò ma certo che la contatteranno in anticipo ci mancherebbe.

Capitolo terzo o di come gli stakanovisti non concepiscano il concetto di vacanza

Il 27 dicembre mi trovo in montagna, nella bergamasca, a trovare i miei genitori colà in vacanza. Mi squilla il cellulare. È un tecnico Telecom (o comunque sia di una ditta che ha da Telecom il subappalto tecnico per ‘ste cose) che si chiede dove io sia. Glielo dico. Lui basisce. Dice che “già che era in zona” pensava di venire a fare “il lavoro” e a consegnare il modem. In mancanza di ulteriori dettagli, immagino che “il lavoro” sia l’installazione del modem e la verifica che la linea funzioni (scoprirò poi di essere in errore). Gli spiego che, in quel momento, mi trovo a circa 250 chilometri da dove lui vorrebbe che io fossi. Si capisce, dal tono di voce, che c’è rimasto male e l’ha presa un po’ sul personale, come se avessi progettato quella scampagnata allo scopo di fargli un dispetto. Mi chiede, sempre freddo e indispettito, quando avrò la buona creanza di rendermi reperibile. Lui. Lo chiede. A me. Io – che sono un uomo paziente e incassatore ai limiti della stolidità e oltre – gli spiego che tra una cosa e l’altra – sa, quella bizzarra vicenda di Capodanno – non sarò reperibile prima di qualche giorno. Fissiamo una data a gennaio, me la segno in agenda, la cosa sembra essersi risolta. Ci salutiamo quasi cordialmente, pacificati.

Capitolo quarto o di come il freddo sia una dimensione dello spirito

Viene il giorno concordato. Mi reco in automobile nella casa di Pianello, in fiduciosa attesa del tecnico. L’appuntamento è per le 14.30. Mi compro un kebap al paese prima (dove c’è il kebabbaro, sì, e c’è pure l’ADSL da 7 anni, e mai il verso bersaniano “a 6 chilometri di curve dalla vita” ebbe più senso), me lo mangio al tiepido sole della prima parte di gennaio nell’aia di casa. Poi, per ingannare il tempo, spazzo un po’ di foglie secche, residuo dell’autunno. Riempio una carriola. Poi due. Poi tre. Alla decima carriola, con l’aia sgombra e lustra e il sole che sta tramontando, mi viene un sospetto. Guardo l’orologio: sono le 16. Telefono al 187. Mi dicono che “effettivamente qui era segnato un appuntamento per le 14.30 di oggi”. Dico: “E quindi?” “Eh, non so che dirle” “Ma devo aspettare o posso andarmene? Non c’è un telefono per contattare chi deve venire?” “No.” “Come no?” “Eh, vede, sono tecnici locali.” “Dei perfetti sconosciuti, capisco. Chissà mai chi saranno i tecnici locali, al giorno d’oggi. Ieri si sapeva, oggi non si sa, domani chissà.” “Come, scusi?” “No, niente.” Insomma, metto giù e resto lì, nel freschino del pomeriggio di gennaio col sole che va giù. Raccolgo ancora un paio di carriole di foglie secche. Poi l’agnizione! HO IL NUMERO DEL TECNICO SUL CELLULARE! Scorro la cronologia, lo trovo alla data 27 dicembre. Lo chiamo. La faccio breve: dall’altro capo del telefono apprendo una storia strappalacrime, di perdizione e redenzione, che quasi mi commuove se non facesse ormai UN CAZZO DI FREDDO. Il tecnico s’è licenziato da Telecom (o da quel che era). Ora lavora in proprio. Anzi no, con un amico. Dice che dell’intervento a casa mia non sa nulla, ovviamente. Ma mi augura ogni bene. Ora è felice, prima troppo stress. Lo saluto con voce da pat pat. Mi ritrovo solo, al freddo, senza tecnico. Decido che vadano tutti in mona, mi rimetto in automobile e torno a Milano. Decido anche di non richiamare, per vedere come se la sbrogliano a questo punto.

Capitolo quinto o di come funzionano gli assedi

Una mattina di fine gennaio sono – come sempre – a scuola. Ho un’ora buca. Riaccendo il cellulare (che di solito quando ho lezione spengo). Trovo tre chiamate da un numero sconosciuto. Mi preoccupo perfino un po’. Richiamo. È il tecnico Telecom – un altro, non quello della volta precedente – che mi chiede dove diavolo io sia finito. Mi scappa da ridere: “È la mattina di un giorno feriale. Secondo lei?” E quello, con l’inesorabilità dei troll che assaltano le mura di Minas Tirith, “e non può venire adesso che siamo qui?” “No, non posso venire adesso. Anzi, mi è proprio scomodo venire, oggi. Mi avevate assicurato che mi avreste avvertito con un giorno di anticipo.” “Eh, ma eravamo qui.” Decido di lasciar perdere. “Al massimo posso essere lì per le 13.30, non prima.” “Non può prima?” “No, non prima. Sto, tipo, LAVORANDO.” “Allora alle 13.30” “Sì, devo scapicollarmi e non pranzare, ma se per voi è meglio cerco di esserci.” “Sì, è meglio.” “Allora, alle 13,30.”

Alle 13.30, incazzato e affamato, sono sul posto. Io. I due tecnici (sì, scoprirò poi che sono due, il corto e il muto) no. Arrivano circa un’ora dopo, alle 14.30, mentre io per disperazione sto mangiando una pasta scondita (quel che ho trovato nella dispensa svuotata per l’assenza invernale). Chiedo loro quanto ci voglia per “il lavoro”. Il corto mi fa tre con le dita. “Trenta minuti?” “Tre ore?” “TRE ORE?” “Sì, c’è da tirare la linea”. Mi viene spiegato (come mai prima d’ora) che l’ADSL non può viaggiare sulla linea che c’è già, ma devono fisicamente tirare un cavo nuovo da non so quale snodo o centralina fino a casa mia. La giornata è nuvolosa e piuttosto fredda. In casa ci sono 5/6 gradi, fuori di meno. Decido di stare in casa. Accedo l’ADSL via radio e il Mac, lavoro un po’, cazzeggio. Ogni tanto esco a vedere. Armeggiano con scale e cavi. A un certo punto del pomeriggio c’è anche il terremoto (ma questa è un’altra storia). Infine, il corto entra in casa e mi chiede dove voglio la linea. Dico “Qua sotto, al piano terra.” Il corto guarda i muri (spessi 90 centimeti, da casa di pietra del Settecento) e smadonna. La voce gli si fa lagnosa. Recupera una molla, la infila in un paio di prese del telefono già esistenti, dice che non trova i canali. La molla non scorre. È tutto pieno d’umidità. Moriremo tutti. Io gli faccio vedere dove entri la linea già esistente, lui mi dice – senza spiegarmi perché – che no, non si può fare. E per la prima volta pronuncia quello che da ora in avanti diventerà il suo mantra: “Cerchiamo di venirci incontro”. Io vorrei venirgli incontro, ma non capisco come. Me lo spiega lui in breve: vuole farmi entrare la linea al piano di sopra. Io basisco un po’ e gli dico che no, la preferirei al piano di sotto, visto che di sopra ho già l’ingresso dell’altra ADSL, quella via radio, nonché la centralina del wireless, e con queste pareti ogni tanto il segnale, al piano di sotto, lo sento e nun lo sento. Andando ad averne due, vorrei che una fosse sopra e una sotto. Lui no, dice che sotto è impossibile. Io due o tre volte insisto, gli spiego con pazienza che è un problema loro, nonché il loro mestiere, e che lo facessero. Iniziano a girarmi un po’ le palle. Fa freddo. Sono stanco e incazzato. Avevo da fare a Milano e ho pure un appuntamento in serata, sempre a Milano, cui rischio di fare tardi. Alla fine – stupidamente – cedo. Gli faccio vedere dove entra la linea elettrica al piano superiore e gli dico di buttarmi la nuova linea dentro lì. Il corto esce di nuovo. Poi rientra. Dice che non si può fare. “Perché” “Perché il filo è corto” “Quale filo?” “Il filo della linea.” “La linea che avete appena tirato voi?” “Sì.” “E fate una giunta.” “No, non possiamo, poi che ci dicono?” “Chi?” “I capi.” “Cioè: avete un numero massimo di metri di filo da tirare? E se casa mia fosse stata cinque metri più in là” “Eh. Cerchiamo di venirci incontro” “Vabbe’, risolvetemela.” “Potremmo entrare lì e poi la portiamo di là”. Io non ho capito (per portarla “di là” non serve lo stesso filo?), ma cedo per stanchezza. Entrano sia il corto che il muto e salgono al piano superiore. Sento da sotto che armeggiano, smadonnano. Il muto scende, esce e rientra con un trapano e una punta da un metro in mano. Risale senza dirmi nulla. Mi insospettisco – uno dei miei rari lampi di lucidità – e lo seguo per sorprenderlo mentre si sta accingendo a farmi un buco nella parete di casa PERFORANDO CON UNA PUNTA DA PIETRA IL RIVESTIMENTO IN LEGNO DEL PIANEROTTOLO DELLA SCALA DI CASA. Lo prendo a male parole. “Cerchiamo di venirci incontro”, ribadisce il corto. Dico al corto, che è chiaramente la mente del duo, che semmai, se proprio devono forare (per poi far correre il filo all’interno e non all’esterno per raggiungere la zona dei computer e delle prese di corrente nello studio, penso io: forse esistono due tipi di fili diversi, uno da esterno – del quale hanno limitata disponibilità – e uno più ordinario da interno – col quale possono abbondare) possono farlo dove c’è una nicchia nel corridoio, sotto la finestra, laddove il muro esterno della casa si assottiglia da 90 a 30 centrimetri. Gliela indico. “Se dovete bucare bucate qui”. Bucano. Scendo a farmi un caffè. Quando risalgo hanno piazzato la presa telefonica. Esattamente dove hanno bucato. In mezzo a un corridoio. Lontano almeno 6 metri dal computer e 3 dalla presa di corrente più vicina. Sono talmente basito e stanco che non ho voglia di discutere. Chiedo “E io come ce la porto di là, la linea?” “Cerchiamo di venirci incontro. Noi gliela abbiamo portata qui, lei chiama un elettricista e la porta dove vuole.” “A mie spese?” “Cerchiamo di venirci incontro.” “Vabbe’, attacchiamo il modem per vedere se almeno la linea funziona?” “Modem? Quale modem?” “Il modem che dovevate portarmi. Quello grazie al quale l’ADSL che mi avete appena installato può essermi utile, diciamo.” “Noi non abbiamo nessun  modem” “Come non avete nessun modem?” “No, non abbiamo nessun modem. La linea possiamo dirglielo noi, se funziona.” “Va bene, andiamocene a casa.”

La sera, a casa, dopo una doccia calda, una cena e i giusti improperi di mia moglie al mio indirizzo, decidiamo di richiamare il 187. Risponde una ragazza, gentile, cui sinteticamente spiego l’accaduto con l’equivalente socialmente presentabile di “due cialtroni mi hanno fatto un lavoro di merda, pretendo che esca di nuovo un tecnico a vostre spese, che sistemi il disastro e che mi porti il cazzo di modem.” Lei controlla e dice: “Modem? Quale modem?” “Ora, senta: due suoi colleghi mi hanno fatto registrare due diversi contratti, contraddittori per quanto concerne tipologia di servizio fornito e costo del medesimo. Ma di una cosa sono sicuro come della morte: in entrambe i contratti la fornitura del modem era compresa.” “Eh, ma qui non risulta. Vabbe’, lo aggiungo.” “Ecco, brava, vede che è facile?” “Allora, l’ho messa in lista per un intervento. La contatterà il tecnico, che verrà a sistemarle la linea e a portarle il modem.” Le rispiego – giacché sembra sveglia – che c’è bisogno che mi avvisino prima. Lei se lo segna e mi saluta.

Capitolo sesto o del fatto che è tanto liberatorio

Passa una settimana senza che nessuno si rifaccia vivo. Ripasso a Pianello per controllare che le nevicate non abbiano fatto danni. Tutto bene, ma trovo una bolletta Telecom nella casella. La apro. Sono 72 e rotti € per la linea ISDN, che risulta riattivata il 27 dicembre e da pagare fino a marzo compreso. Mi va il sangue alla testa. Sarà sicuramente una roba contabile loro, mi dico, che mi scaleranno poi dal canone dell’ADSL, quando sarà attivata. Non possono chiedermi soldi per una linea che NON HO RICHIESTO e che hanno riattivato solo per cazzi tecnici loro (potermela cambiare e fornirmi l’ADSL). Ho, tuttavia, un brutto presentimento. Decido di chiamare il 187 e, stavolta, trovo, tipo, la telefonista più sgradevole dell’universo. Chiedo lumi, dico “Mi sono trovato questa bolletta in casella e volevo capire perché…” Non mi lascia finire e mi investe “SE CE LA BOLLETTA SEDDEVE PAGGARE” “Sì, non ha capito, non ho intenzione di non pagare…” “NO OCCAPITO BENISSIMO” “Mi lasci spiegare, è per una linea che non ho richiesto e volevo sapere se poi…” “SE CE LA BOLLETTA SEDDEVA PAGARE LEI DEVE A PAGARE CAPITO?” “…” “…” “Sa una cosa? SIETE DEI LADRI MALEDETTI TRUFFATORI! DEI TRUFFATORI LEGALIZZATI! VERGOGNA! FATE SCHIFO! TRUFFATORI LEGALIZZATI!”

Sento il sangue pompare, mi sento benissimo, l’adrenalina fa fin rumore mentre scorre su e giù e dilaga. Grido come non ho mai (mai) gridato in vita mia. Non ho mai avuto una voce così plasticamente potente. Mi escono meravigliosi luoghi comuni di ogni genere ed è bellissimo perché la testa è leggera e non pensa, tutto il linguaggio è puramente performativo e empatico, non sto dicendo qualcosa, la sto prendendo a pugni.

“CHECCOSA GRIDA? MA CHECCOSA GRI…” “CHECCOSA GRIDO? CHECCOSA GRIIIIDOOOOO??? VERGOGNA! TRUFFATORI! AFFANCULO VE NE DOVETE ANDARE! AFFANCUUUUUULOOOOOOOO”

Metto giù. Sto zitto. I muri di pietra rimbombano ancora delle mie urla. Faccio due passi. Mi lascio cadere su un divano. Mi accendo un sigaro. Fumo lentamente. Guardo il fumo salire. Mi rialzo. Torno a Milano.

La sera richiamo il 187. Un’altra ragazza mi spiega che, ovviamente, quel che pago per l’ISDN mi verrà scalato dalle successive bollette dell’ADSL. Insomma, non benissimo, ma decisamente meglio di “SE CE LA BOLLETTA SEDDEVA PAGARE LEI DEVE A PAGARE CAPITO?”. Bastava così poco. Chiedo conferma di essere il lista per un intervento tecnico E per il modem. Me lo conferma, senza però sapermi ancora dire una data precisa.

Capitolo settimo o dello sciogliersi del nodo

Seguono altre due settimane di silenzio. Stavolta decido di richiamare io, ché non vorrei perdere il diritto di recesso e rimanere senza modem e con una presa telefonica inutilizzabile nel mezzo di un corridoio senza prese elettrice nelle vicinanze.

La nuova signorina del 187 controlla e mi annuncia, con voce cordiale e sicura, che – certo che sì – ho un appuntamento per lunedì 13 febbraio alle 8.30. “Alle 8.30? Lunedì 13? La gente di solito a quell’ora lavora o è per strada per andarci, al lavoro.” “Vuole che lo spostiamo?” “Sì, ecco, brava. Spostiamo.” “Nel pomeriggio?” “No, mi scusi, ma il 13 febbraio non posso.” In realtà potrei, ma non voglio. “Posso giovedì 16.” “Oh, bene, a che ora?” “Alle 14.00 andrà benissimo.” “Bene.” “Mi conferma: intervento tecnico E modem?” “Sì, intervento tecnico e modem.” “Benissimo.”

Giovedì 16 è oggi. Puntuale, alle 14.00 sono sul posto. Mi faccio un caffè lungo. Spalo un po’ di neve. Ce n’è tanta. È bellissimo. Rientro. Cerco in un cassetto e trovo una vecchia pipa e una scatola di tabacco. È ancora buono. Carico la pipa, l’accendo. Esco e riprendo a spalare. Libero tutto il passaggio dalla porta di casa al cancello. Saranno 30, 40 metri. Il sole ormai è basso all’orizzonte. Mi siedo al sole. Fa quasi caldo. La neve si sta sciogliendo a vista d’occhio. Sono felice. Prendo il telefono. Guardo l’ora: le 16.30. Chiamo il 187. “Buongiorno, sono Valentina. Come posso esserle utile?” “Vorrei recedere dal contratto per la ADSL, il numero è questo.” “Certo. Lei è Marco Beccaria?” “Sì.” “Mi dà il suo codice fiscale?” Glielo do. “Ecco fatto, la linea ADSL non era ancora attivata.” “Bene. Devo fare altro? Devo mandare qualcosa per iscritto via raccomandata o via fax?” “No, siamo a a posto così.” “Ma io voglio annullare tutto, ogni contratto con Telecom. Anche l’ISDN che è stata riattivata col mio rientro in Telecom.” “Sì, non si preoccupi, l’ISDN è annullata.” “Quindi pago la bolletta che mi è già arrivata e basta, giusto?” “Sì, giusto. Non riceverà altre bollette da Telecom.” “Bene, grazie.” “Di nulla, buona giornata”.

Postilla conclusiva di incredibilità

Son lì che ancora assaporo la fine del tutto quando squilla il telefono. Avrò messo giù da due minuti, non di più. Un numero fisso di Piacenza. “Pronto?” “Pronto, Beccaria?” “Sì?” “Sono… ehm… il tecnico per la Telecom. C’è il mio uomo che è lì che gira da tutto il giorno e non la trova… per l’intervento… abbiamo un intervento… Canovetta…” “Non si preoccupi, ho appena receduto.” “…” “Sì, ho cancellato il contratto con Telecom. Non deve più venire.” “Ma… è già lì che gira.” “Da me non serve che venga. Oggi si lavora di meno. Ci guadagniamo tutti, no?” “Allora non deve venire?” “No, non deve venire. Può tornarsene a casa, se è per me.” “Perché era lì da stamattina, ma non trovava…” “Non importa. Le dico che ho appena fatto il recesso. Guardi, cinque minuti fa.” “Allora, niente?” “Esatto, niente. Buona giornata.”

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14 risposte a A Dio Senza Livore (trustori)

  1. Giovanni Fontana ha detto:

    Solidarietà. (ora mi metto a leggere)

  2. Giovanni Fontana ha detto:

    Rinnovo la solidarietà. (ora che ho letto)

  3. Brain ha detto:

    Pat, pat. Comunque: saggia decisione, alla fine😉

  4. masticone ha detto:

    solidarietà

  5. fabio argiolas ha detto:

    Reblogged this on Su Seddoresu.

  6. clockx ha detto:

    Beh senti, non vorrei fare come quei forzati artificiosi dei latopositivisti, ma la vicenda è valsa, oltre a qualche momento tutto tuo tra foglie, palate di neve e vecchie pipe che suppongo prezioso, ma poi magari sei uno che di momenti così se ne ricava a bizzeffe, un bel raccontino proprio. E a me di conoscerti.

  7. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  8. Marzia ha detto:

    Salve, ho trovato il suo blog molto interessante e vorrei invitarla nel nostro Art Social Network, si chiama Leonida: http://www.leonida.eu
    E’ un social network interamente dedicato alle arti (musica, fotografia,videoart, scrittura, blogger). Saremmo lieti se aprisse una pagina ufficiale del suo blog nel nostro social network (ovviamente linkata al suo blog per consentire al nostro pubblco di giungere al vostro blog) un modo come un altro per sponsorizzarsi.
    Abbiamo una sezione “Writers” con diversi blog. La pagina è completamente gratuita.
    Un Saluto e grazie.
    Marzia

  9. Attimo ha detto:

    Ecco perché terrò sempre stretto il telefono con la rotella che ancora staziona in casa. Tutto questo mi fa paura, solidarietà anche da parte mia.

  10. RR ha detto:

    Ciao, lavoro in Telecom da dieci anni.
    Mi faccio il culo ogni giorno e di quanto hai scritto mi vergono tantissimo. Certi colleghi sarebbero da licenziare, altro che art.18

  11. Leonardo ha detto:

    C’ho l’angoscia.

  12. enrico d. ha detto:

    se mal comune è mezzo gaudio, ho vissuto un’esperienza analoga, decisamente kafkiana, con Vodafone, per un tentativo di cambio di gestore per la telefonia mobile.
    Dopo decine di contatti, mail, fax e simili, dopo registrazione vocale di pseudo-contratti-che-non-si-capisce-che-valore-hanno-e-quale-grado-di-impegno-comportino-per-le-parti-contraenti, dopo tre o quattro mesi di tira e molla, sono rimasto col gestere primigenionon

  13. Pingback: A Dio Senza Livore (postilla) | La lüserta equilibrista

  14. Gianluca Cavallaro ha detto:

    Cioè io ero lì, immedesimato, assieme al muto e il corto, alla centralinista SEDDEVEPAGARE, a rabbrividire mentre le poderose urla di un prof incazzato mi scuotevano i timpani. Che emozione!

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